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15 marzo: oltre il silenzio dell’anoressia

Per chi soffre, per chi ama, per chi non riesce a comprendere: parlare è il primo passo per non restare soli

È solo un capriccio. Basterebbe mangiare!

Sono frasi che chi soffre di disturbi dell’alimentazione conosce bene. Le ha sentite tante volte, così tante da rischiare, a volte, di crederci. Come se fosse tutto riducibile a un gesto semplice: sedersi, mangiare, risolvere. 

Ma l’anoressia non è un capriccio e non ha quasi nulla a che vedere con il cibo. 

Il cibo è solo la superficie, la malattia vive altrove

Nasce molto prima: nei silenzi, nelle aspettative, nelle rinunce, nelle parole non dette. In tutto ciò che si accumula dentro finché non trova più spazio e il cibo resta l’unica sfera di vita da poter controllare. 

Prima è solo un pensiero. Poi diventa una regola. Poi una certezza. 

Un biscotto in meno, un pasto saltato, una cena evitata. E lentamente le giornate si svuotano. 

Dentro cresce una voce, una voce che sovrasta tutte le altre, che si impone, che guida, decide. 

Quella voce ha un nome: Anoressia nervosa

All’inizio sembra darti controllo, ti promette ordine, sicurezza, forza. Ma con il tempo restringe il mondo, ti allontana dalle persone, dalle abitudini, da tutto ciò che prima era naturale. 

Piano piano cambia il modo in cui guardi le cose: situazioni semplici iniziano a sembrare ostacoli, momenti che per gli altri sono normali diventano difficili da affrontare. 

La paura cambia forma: diventa più facile temere una fetta di torta che il buio, più semplice evitare un invito che sedersi a tavola con qualcuno. 

Per chi osserva dall’esterno è difficile comprenderlo, perché il cibo, per molti, significa condivisione, festa, quotidianità. Ma per chi vive l’anoressia quella tavola è un campo di battaglia. Ogni pasto è una trattativa silenziosa con quella voce, ogni scelta una prova da superare. 

Nel frattempo, il corpo comincia a parlare: il freddo costante, la stanchezza che non passa, i dolori improvvisi, la difficoltà a concentrarsi, i capelli che cadono, le ossa che diventano sempre più fragili. 

Il corpo smette di parlare, inizia a gridare, chiedendo aiuto attraverso segnali sempre più chiari. 

Ma la voce interiore è così forte da coprire quel grido, da trasformare anche la sofferenza in qualcosa da ignorare, da superare, da controllare. 

In mezzo a tutto questo si vive con un peso continuo sulle spalle: il senso di colpa

Per aver mangiato.

Per non aver mangiato.

Per aver deluso qualcuno.

Per aver destato preoccupazione. 

Divorano i pensieri, consumano energia, indeboliscono l’anima. 

E poi c’è lo specchio.  

L’anoressia è uno specchio rotto: distorce, illude, mente. Ti guardi e non ti riconosci. Quell’immagine non è mai adeguata, non è mai giusta e finisci per odiarla, come se fosse colpa sua. 

Ogni chilo perso sembra una conquista, ma non è mai abbastanza. Non esiste un numero capace di placare quella voce, non esiste un traguardo che la metta a tacere. Più vai avanti, più l’obiettivo si sposta. 

Finché, a un certo punto, qualcosa cambia. Ti fermi e ti accorgi che non stai più vivendo davvero, stai solo sopravvivendo

Non è un momento eclatante, ma una presa di coscienza lenta, una domanda che inizia a farsi spazio: è davvero questa la vita che voglio?

Dentro di te esiste ancora una parte sana, una parte che non ha bisogno di controllo ma di ascolto. La parte più fragile e più vera, quella che voleva essere vista, non giudicata. Per molto tempo resta nascosta ma non scompare, e quando inizi a riconoscerla, capisci che puoi ribellarti a quella voce

Non è un percorso lineare: è fatto di passi avanti e passi indietro. È difficile, doloroso, ma non impossibile. 

Non si è mai soli in questo cammino, ci sono le persone che ti stanno accanto, che provano a capire anche quando non trovano le parole, che soffrono nel vederti spegnere piano piano. 

Per questo parlarne è fondamentale, per questo, oggi, rompiamo il silenzio per accendere la consapevolezza, per ricordare che i disturbi alimentari non sono scelte superficiali ma malattie complesse, profonde, reali. 

Il lilla che simboleggia questa giornata è stato scelto proprio per rappresentare questa complessità: un colore che nasce da tante sfumature, come le storie di chi soffre. 

Chi vive un disturbo alimentare ha bisogno di ascolto, di supporto, di amore; non di giudizi o semplificazioni.

A chi sta soffrendo,

ricordiamoci che non siamo quel peso sulla bilancia, non siamo la voce che ci ferisce. Siamo molto di più.

Siamo emozioni, relazioni, ricordi, desideri, possibilità.

Non siamo un numero. Siamo mille altre cose. 

E anche quando la vita sembra fragile, resta preziosa.

Oggi tingiamo il mondo di lilla e ricordiamo che nessuno deve affrontare questa battaglia in silenzio. 

Maddalena D’Angelo

Leggi anche: Disturbi alimentari: creare la consapevolezza con la verità

Maddalena D'Angelo

Un po' troppo timida, particolarmente sensibile, esageratamente romantica, mi definirei così. Sono Maddalena D’Angelo, classe ’99 e laureata in Filologia Moderna. Amo vivere d'arte: la cerco, la ammiro, la creo. Come? In tanti modi e tra questi con la penna in mano. Perciò fai attenzione, se leggi tra le righe scopri ciò che sono.
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