Serve rafforzare le unità di emergenza

L’Italia è un Paese strutturalmente esposto alle emergenze. La sua conformazione geografica, la densità abitativa, il patrimonio edilizio storico e la collocazione in un’area sismicamente e climaticamente instabile rendono calamità naturali ed eventi critici non un’eccezione, ma una costante.
Terremoti, alluvioni, frane, incendi boschivi, ondate di calore, emergenze sanitarie e incidenti industriali scandiscono ormai con regolarità il calendario nazionale. In questo contesto, investire in modo sistemico e continuativo nelle unità di emergenza non è una scelta politica tra le altre: è una necessità strutturale per la sicurezza del Paese.
Negli ultimi decenni, il modello italiano di gestione delle emergenze ha mostrato luci e ombre. Da un lato, esiste un capitale umano di altissimo livello: Vigili del Fuoco, Protezione Civile, personale sanitario d’urgenza, forze dell’ordine e volontariato rappresentano una rete riconosciuta anche a livello internazionale per capacità di intervento e spirito di servizio. Dall’altro, questa rete opera spesso in condizioni di sottofinanziamento cronico, con dotazioni obsolete, organici insufficienti e una programmazione che resta troppo spesso reattiva anziché preventiva.
Il nodo centrale è proprio questo: l’Italia investe molto dopo le emergenze, ma poco prima. Le risorse arrivano quando il disastro è già avvenuto, sotto forma di decreti straordinari, fondi di ricostruzione e interventi tampone. Manca invece una strategia stabile di investimento nelle unità di emergenza come infrastruttura permanente dello Stato, al pari di strade, scuole o ospedali. Eppure, ogni euro speso in prevenzione, formazione e capacità operativa riduce in modo significativo i costi economici e sociali delle calamità future.
Le unità di emergenza non sono solo “chi arriva dopo”. Sono sistemi complessi che includono monitoraggio del territorio, pianificazione dei rischi, simulazioni, logistica, comunicazione, interoperabilità tra enti e capacità di risposta rapida. Senza investimenti mirati, questi sistemi si frammentano. Le centrali operative restano tecnologicamente arretrate, i mezzi di soccorso non tengono il passo con l’evoluzione degli scenari di rischio, e il personale è costretto a lavorare in condizioni di stress estremo e precarietà.
Il cambiamento climatico sta già amplificando questa fragilità. Eventi meteorologici estremi, un tempo rari, sono diventati frequenti e più intensi. Le alluvioni improvvise e gli incendi fuori stagione mettono sotto pressione strutture pensate per un’Italia che non esiste più. Continuare a finanziare l’emergenza con logiche emergenziali significa ignorare una realtà ormai evidente: il rischio non è episodico, è sistemico. E un rischio sistemico richiede unità di emergenza altrettanto sistemiche, robuste e aggiornate.
Un altro aspetto critico riguarda la disomogeneità territoriale. Le capacità di risposta variano fortemente tra regioni e tra aree urbane e interne. Questo crea disuguaglianze concrete nella tutela della vita dei cittadini. Investire nelle unità di emergenza significa anche ridurre questi divari, garantendo standard minimi nazionali di intervento, formazione e dotazioni, indipendentemente dal luogo in cui l’emergenza si verifica.
C’è poi il tema del personale. L’età media elevata, il turn over limitato e la carenza di figure specialistiche rischiano di compromettere la tenuta del sistema nel medio periodo. Senza un piano serio di assunzioni, formazione continua e valorizzazione professionale, le unità di emergenza diventano sempre più dipendenti dall’eroismo individuale, che per definizione non è una strategia sostenibile. La resilienza di un Paese non può basarsi sul sacrificio costante di chi interviene, ma su strutture che permettano di lavorare in sicurezza ed efficacia.
Infine, investire nelle unità di emergenza ha un valore che va oltre la gestione delle crisi. Rafforza la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, migliora la capacità di coordinamento tra livelli di governo e rappresenta un moltiplicatore economico, attraverso innovazione tecnologica, ricerca applicata e occupazione qualificata. È un investimento che produce ritorni misurabili, non solo in termini di vite salvate, ma anche di stabilità sociale e credibilità dello Stato.
In un Paese come l’Italia, dove il rischio è parte del paesaggio, la domanda non è se investire nelle unità di emergenza, ma quanto ancora si possa permettere di non farlo. Continuare a rincorrere le calamità significa accettare che ogni emergenza sia anche una sconfitta annunciata. Costruire un sistema di risposta forte, moderno e adeguatamente finanziato significa invece riconoscere che la sicurezza collettiva non è un costo, ma una delle forme più concrete di investimento pubblico.
Tommaso Alessandro De Filippo
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