Sentimental value: quando basta una casa per fare un grande film

Dopo quattro anni dal suo ultimo film “The Worst person in the world”, il regista norvegese Joachim Trier sbanca gli EFA con il suo sesto lungometraggio e punta alla miglior sceneggiatura originale e miglior film straniero agli Oscar del 2026.
Nonostante il cast formato da attori a cui i ruoli sembrano cuciti addosso, il vero protagonista e motore narrativo del film però è un oggetto, comune ad ognuno di noi: la casa.
Con un ritmato montage di inquadrature fisse e molto lente, entriamo subito in sintonia con una casa di Oslo, che cambia di stagione in stagione i suoi esterni, così come cambiano le persone della famiglia che la abitano: tre generazioni i cui strascichi e traumi si trasmettono inesorabilmente, confluendo nel rapporto tra un padre ed una figlia, attuale inquilina della casa: Gustav Borg (Stellan Skarsgård) è un regista che vive di vecchie glorie ed alcool, ma dopo dieci anni ha finalmente scritto di nuovo un film. Lo ha scritto per la sua figlia più grande, Nora (Renate Reinsve), talentuosa e riconosciuta attrice teatrale e televisiva, ma quando glielo propone lei si rifiuta: dopo anni di assenze e di silenzi, non può pensare di risolvere i loro problemi così.
Ma Gustav non demorde. Arriva ad ingaggiare un’attrice americana (Elle Fanning) e sopralluogo dopo sopralluogo, prove dopo prove, prende sempre più il possesso della sua vecchia casa e prova a portare dalla sua parte gli altri membri della famiglia, mentre Nora rimane sempre più sola in questa lotta ostinata dalla rabbia nei confronti del padre, che non riesce a perdonare. Ed è proprio intorno a questo che si svolge il tema del film: quanto vale la pena non perdonare i nostri genitori, se poi fa solo male a noi stessi? A volte è difficile, sembra impossibile, ma non è mai troppo tardi per recuperare uno dei rapporti più veri e sinceri che la natura abbia mai concepito.
Come in tutta la sua filmografia, Joachim Trier riesce a immortalare le trappole e le sofferenze che la mente umana può innescare, ma lascia spazio alla vita e alle persone che ci vogliono bene per poterli districare e combattere, mostrando un atteggiamento più propositivo rispetto ad altri film precedenti (come “Oslo, 31 agosto”) e lo fa tramite un regia leggera e sensibile, quasi impercettibile, fatte di inquadrature crepuscolari, morbide e non invadenti, che ci lasciano spettatori della sensibilità dei magnifici e profondi personaggi che è riuscito a scrivere. Tramite la regia, li copre di un velo e li scopre solo nella parte finale del film.
Il cinema si mescola con la vita, che a sua volta si rimescola con il cinema, in questa rappresentazione norvegese di un ciclo familiare che è l’ora di spezzare. In questo fortunatamente i protagonisti non sono soli, ma vengono in loro soccorso degli aiutanti, l’attrice americana nel caso di Gustav e la sorella minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) per Nora, che ci regalano probabilmente le scene più intense del film, aiutando i protagonisti, prima di tutto a perdonarsi, prima che a perdonare.
Sentimental Value è un film coraggioso, che ti lascia un segno sul petto per una settimana. Catartico di greca memoria, è un film che non puoi che portarti dentro per il resto della tua vita e da fratello maggiore, mi ha aiutato anche a capire molte cose e di come bisogna lasciare andare la rabbia e il risentimento, per poter abbracciare ciò che c’è di bello nelle nostre famiglie. Rompere il ciclo è possibile, basta solo farsi aiutare a credere in sé stessi.
Francesco Vacca
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