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Referendum marzo 2026: quali le ragioni del No?

Nel referendum costituzionale del 2026 gli elettori italiani sono chiamati a esprimersi sulla legge costituzionale «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», spesso definita riforma Nordio, dal nome del ministro della Giustizia che l’ha voluta. 

Il cuore della riforma prevede soprattutto:

La separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e magistrati requirenti (pubblici ministeri), ossia l’obbligo di scegliere all’inizio della carriera quale percorso seguire, senza possibilità di passaggio.

  • La creazione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) distinti per giudici e PM;
  • L’istituzione di una Alta Corte disciplinare che gestisce i procedimenti disciplinari dei magistrati. 

Questa riforma costituzionale ha raccolto approvazioni e feroci critiche: da un lato chi sostiene il Sì afferma che renda la giustizia più imparziale ed efficiente; dall’altro chi sostiene il No ritiene che sia inutile, potenzialmente dannosa e persino pericolosa per l’indipendenza della magistratura e per l’equilibrio dei poteri. 

Le principali ragioni dei sostenitori del NO

I sostenitori del NO non si limitano a dire “non mi piace” o “non va bene”: articolano diverse idee e critiche precise, che ruotano attorno a questioni di principio costituzionale, equilibrio dei poteri, efficacia della giustizia e natura della riforma stessa.

La riforma non riguarda solo la separazione delle carriere

Una delle critiche fondamentali è che il quesito referendario non si limita alla separazione delle carriere, ma introduce modifiche molto più profonde nei meccanismi di autogoverno della magistratura e nel sistema costituzionale in generale. Secondo i comitati del NO e molte analisi giuridiche, la riforma va ben oltre la semplice distinzione tra funzioni ed incide su organi cardine come il CSM e sulla disciplina interna alla magistratura. 

Questa caratteristica fa sì che, per il fronte del No, non si stia votando su un mero aggiustamento tecnico, ma su una revisione dell’assetto istituzionale della magistratura che potrebbe avere effetti duraturi e non sempre prevedibili.

  • Rischio di indebolire l’indipendenza della magistratura

Una delle obiezioni più ricorrenti riguarda l’indipendenza dei pubblici ministeri e dei magistrati rispetto al potere politico. Secondo i sostenitori del No, la separazione rigida delle carriere potrebbe:

  • Lasciare i pubblici ministeri più isolati e vulnerabili agli influencer politici o alle direttive di governo.

Rendere la funzione requirente meno autonoma dal potere esecutivo rispetto al modello attuale, dove giudici e PM condividono competenze e organi di autogoverno. 

Questa critica sottolinea che strutturare la magistratura come due mondi completamente separati e con organismi distinti potrebbe, in realtà, creare spazi di influenza esterni su uno o entrambi i gruppi, con un possibile indebolimento delle garanzie costituzionali contro interferenze politiche.

Le modifiche al CSM e l’Alta Corte disciplinare

Molti sostenitori del No criticano il fatto che il referendum:

  • Spacchi in tre parti il Consiglio superiore della magistratura (due CSM più l’Alta Corte disciplinare).
  • Introduca il sorteggio di membri del CSM, una novità che per i critici può indebolire la coesione istituzionale e favorire incertezze nella gestione delle carriere e delle nomine. 

Per il fronte del No, queste modifiche non sono neutre: cambiano la natura stessa dell’autogoverno della magistratura, potenzialmente riducendo la capacità dei magistrati di controllare e tutelare la propria autonomia senza interferenze esterne.

  • Critica alla narrazione del problema (non affronta i veri problemi della giustizia)

Alcuni gruppi contrari sottolineano che la riforma affronti sintomi e non cause. Secondo questa visione, la giustizia italiana ha problemi strutturali reali — come tempi lunghi dei processi, carenza di personale, digitalizzazione insufficiente — che la separazione delle carriere non risolve affatto, e quindi votare Sì sarebbe sprecare un’occasione per intervenire su questioni più urgenti. 

  • La distinzione tra funzioni già esiste nella prassi

Un’altra argomentazione tecnica riguarda il fatto che, nella pratica, la separazione funzionale tra giudici e pubblici ministeri è già norma consolidata da anni (anche dopo la riforma Cartabia), e che la possibilità di passare dall’una all’altra funzione è già estremamente limitata per effetto delle regole attuali. 

Per il fronte del No, ciò dimostra che la riforma non è necessaria: se la separazione funzionale già esiste e non ha prodotto guasti evidenti, perché modificarne la struttura costituzionale con effetti così potenzialmente ampi?

  • Preoccupazioni istituzionali e democratiche

Molti oppositori della riforma non si limitano a questioni tecniche, ma sollevano anche preoccupazioni di carattere istituzionale più ampie. Secondo alcuni giuristi e commentatori, intervenire profondamente su articoli chiave della Costituzione in un contesto politico polarizzato potrebbe alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e influire sulla percezione pubblica della magistratura come organo indipendente. 

La paura espressa dal fronte del No non è solamente sul testo di legge, ma anche sul potenziale impatto culturale e istituzionale di una trasformazione ritenuta troppo radicale e poco meditata per un tema così sensibile.

Un No che vuole essere consapevole e non ideologico

In sintesi, i sostenitori del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati propongono una serie di motivazioni collegate a:

  • La natura strutturale della riforma, che non si limita alla separazione delle carriere ma tocca organi fondamentali come il CSM.
  • Le preoccupazioni per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura di fronte ai poteri politici.
  • I dubbi sull’efficacia reale della riforma per risolvere i problemi concreti della giustizia.

Il timore che la riforma complichi piuttosto che semplifichi un sistema già in equilibrio, almeno in termini funzionali.

Queste idee non sono universali tra tutti i contrari, ma costituiscono un nucleo concettuale di base attorno al quale si è strutturato un fronte ampio di giuristi, magistrati, avvocati, sindacati e parti della società civile che invitano a votare No.

Tommaso Alessandro De Filippo

Leggi Anche : La malainformazione sul referendum per la separazione delle carriere

Tommaso Alessandro De Filippo

Napoletano, classe 2000, laurea in Scienze della Comunicazione. 25 anni, decisamente pochi per conoscere il mondo ma abbastanza per sognare di capirlo, viverlo e, nel frattempo, provare a studiarne ogni dinamica. Ritengo non si possa focalizzare lo sguardo solo sui confini interni al proprio Paese ma sia fondamentale guardare anche e soprattutto all’estero ed a tutto il resto del pianeta che circonda, condiziona ed influenza le nostre vite quotidiane. È da questo pensiero che si è strutturata la mia passione per la politica estera, che su La Testata provo ad intersecare con la scrittura delle storie, presenti e passate, della mia città o di questa società malsana che abitiamo e dobbiamo tutti provare a cambiare in meglio. Leggetemi, se volete. Mi aiuterà a sentirmi apprezzato e validato. Criticatemi, se potete. Mi aiuterà a migliorare, per me stesso e la collettività.
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