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Odisseo, l’eroe che mente: l’intelligenza come colpa nella Grecia arcaica

Odisseo è l’eroe più intelligente dell’epica greca, ma la sua mente è anche un sospetto: menzogna, travestimento, storie inventate. Nell’Odissea l’astuzia (mêtis) salva la vita e insieme genera colpa, punizione e diffidenza.

Un viaggio narrativo tra “bugie cretesi”, riconoscimenti e filosofia antica, per capire perché la Grecia arcaica ammirava Odisseo… ma non si fidava di lui.

Immaginiamo Odisseo che dopo 20 anni, sull’imbarcazione datagli dal generoso re Alcinoo. Un uomo stanco, forgiato dalla guerra di Troia e mille peripezie per il Mediterraneo. Sorge l’alba, avvista la terraferma, sbarca e prima ancora di muovere un passo fa ciò che gli riesce meglio: valuta il rischio. È appena tornato a Itaca, ma non torna mai davvero “come se niente fosse”. Torna come un ladro nella propria casa, come un estraneo nella propria vita. E soprattutto torna con un’arma che nella Grecia arcaica è potente e pericolosa: la parola che sa mentire.

È qui che l’Odissea diventa più scomoda di quanto si dica a scuola. Perché Odisseo non è soltanto l’eroe dell’ingegno; è l’eroe della dissimulazione. Un antieroe. È un uomo che sopravvive perché inventa identità, costruisce racconti, manipola l’impressione altrui. E questa capacità — la mêtis, l’intelligenza pratica e “obliqua” — è presentata come virtù necessaria e, insieme, come colpa: qualcosa che salva, ma che incrina. Qualcosa che funziona, ma non è innocente.

La mêtis: intelligenza obliqua, virtù ambigua

Per comprendere Odisseo bisogna entrare nella logica dell’astuzia. La mêtis non è la “sapienza” astratta del filosofo, né il coraggio lineare del guerriero. È un’intelligenza da situazione limite: rapida, flessibile, mimetica. È l’arte di assumere una forma che non riveli ciò che sei. In un celebre studio di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant, la mêtis viene descritta come una forma di “intelligenza astuta” che opera attraverso travestimento e inganno, proprio perché affronta realtà instabili, pericolose, cangianti. 

Odisseo è il campione di questa intelligenza. E infatti la sua grandezza non coincide mai con la purezza morale. Il suo talento è “sporco” nel senso tecnico del termine: non punta alla trasparenza, punta all’esito. Questo spiega perché, nella Grecia arcaica, l’astuto può essere ammirato e temuto nello stesso tempo. L’eroe forte è leggibile; l’eroe intelligente no. E ciò che non è leggibile diventa sospetto.

Il primo segnale: mentire persino a una dea

Uno dei momenti più rivelatori dell’Odissea non avviene con un mostro, ma con Atena. Odisseo sbarca a Itaca e incontra una figura che non riconosce subito. Potrebbe essere un nemico, potrebbe essere una trappola. E allora fa ciò che sa fare: inventa una storia. Spiega i doni che lo circondano con una versione conveniente: non dice “sono tornato”, dice “sono un altro”. È la menzogna come cintura di sicurezza.

E qui sta il punto: Odisseo mente persino ad Atena, cioè alla dea che lo protegge e che, di fatto, gli sta già parlando. Non è soltanto prudenza: è automatismo identitario. Mentire non è un mezzo che Odisseo usa “ogni tanto”; è una postura mentale. La critica ha analizzato in modo puntuale queste “bugie cretesi” (Cretan lies), soprattutto nei libri 13–19, dove l’eroe costruisce false biografie, spesso dichiarandosi cretese, per controllare la situazione e testare gli altri. 

Non è un caso che proprio Creta diventi l’etichetta preferita delle sue invenzioni: un luogo sufficientemente noto da risultare credibile e sufficientemente lontano da impedire verifiche immediate. È la geografia usata come alibi. È storytelling strategico ante litteram.

“Nessuno”: quando la parola salva e distrugge

Il mito del Ciclope è l’emblema perfetto della mêtis. Odisseo non può vincere Polifemo con la forza. È intrappolato, sta per essere divorato, e i suoi uomini sono carne. E allora si gioca tutto sulla parola: “Mi chiamo Nessuno.” L’inganno funziona in modo geniale: quando Polifemo urla, gli altri ciclopi sentono “Nessuno mi uccide” e lo lasciano perdere. La bugia diventa un’architettura di salvezza costruita con sillabe.

Ma l’Odissea, da grande poema, non regala trionfi puliti. Poco dopo, Odisseo cede a un impulso opposto all’inganno: l’orgoglio del nome. Rivela la propria identità. È come se la menzogna, per lui, fosse efficace ma intollerabile a lungo: la usa, la sfrutta, poi sente il bisogno di “firmare” l’impresa. Ed è in quel momento che la sua intelligenza genera colpa e punizione: Polifemo invoca Poseidone, e il viaggio si allunga, si contorce, diventa pena.

La lezione è spietata: la mêtis è potentissima, ma ti espone a conseguenze che la forza non produce. L’eroe che colpisce frontalmente rischia la sconfitta; l’eroe che inganna rischia l’ira cosmica, perché ha alterato le regole del gioco.

La struttura morale dell’Odissea

C’è un dato spesso sottovalutato: l’Odissea è un poema costruito sul travestimento e sul riconoscimento. Odisseo rientra a casa non come re, ma come mendicante. Resta invisibile, ascolta, valuta. La verità viene ritardata. Aristotele, nella Poetica, collega proprio l’Odissea a questi meccanismi di riconoscimento (anagnorisis) e rivelazione progressiva, e diversi studi moderni sottolineano quanto inganno, illusioni e scoperte siano la spina dorsale drammatica dell’opera. 

E qui la menzogna assume un’altra funzione: non è solo difesa, è anche prova. Odisseo mente per testare Eumeo, per misurare la fedeltà, per capire chi è rimasto umano e chi è marcito nell’assenza del re. La bugia diventa un interrogatorio. Un modo di amministrare giustizia prima ancora di esercitarla.

È inquietante, ma coerente: la verità, in Itaca, non è un diritto immediato. È un premio per chi si dimostra degno. E chi decide la “dignità” è proprio colui che mente meglio di tutti.

Il miglior uomo è il miglior bugiardo?

Se Omero mostra la menzogna come strumento di sopravvivenza e governo, Platone ne fa una bomba filosofica. Nel dialogo Ippia Minore (Hippias Minor), Socrate discute chi sia “migliore” tra Achille e Odisseo, e la discussione passa per un tema scandaloso: mentire volontariamente potrebbe indicare superiorità, perché implica conoscenza, controllo, competenza. Il “bugiardo esperto” è più potente del bugiardo involontario, come un atleta che può correre lento di proposito è più forte di chi corre lento perché non sa fare di meglio.

La provocazione è tremenda: se sai mentire bene, sai anche dire il vero bene. La stessa abilità governa entrambe le direzioni. Odisseo, allora, diventa un caso limite: il personaggio che costringe la cultura greca a guardare in faccia la doppia natura dell’intelligenza. Perché la mente non produce solo verità: produce possibilità.

Da eroe a sospetto: la lunga ambivalenza della tradizione

Non stupisce che, nei secoli, Odisseo venga letto in modo oscillante. A volte eroe civilizzatore, a volte simbolo di frode. Studi sulla ricezione antica mostrano come la sua figura si sposti, nel pensiero greco e romano, tra diffidenza e rivalutazione, quasi fosse un termometro morale della cultura che lo interpreta.

Ed è proprio questa oscillazione che rivela la questione di fondo: la Grecia arcaica (e non solo) ammira l’intelligenza finché serve la comunità, ma la teme quando diventa potere personale. Odisseo è l’uomo che può piegare la realtà con le parole. E chi piega la realtà, inevitabilmente, è visto come qualcuno che potrebbe piegare anche la giustizia.

Dal punto di vista cristiano, Odisseo è un personaggio impossibile da celebrare senza una punta di disagio (non a caso Dante lo pone all’inferno tra i consiglieri fraudolenti nella Divina Commedia), ma dal punto di vista mitologico, ciò è un merito enorme. Odisseo, infatti, è il tipo di intelligenza “super partes” che funziona anche quando non piace. È la mente che risolve, ma che nel farlo si autorizza a manipolare. E questa ambiguità, oggi, è più attuale che mai: viviamo in un mondo in cui spesso vince chi controlla la narrazione, non chi ha ragione.

Odisseo è probabilmente il primo grande personaggio occidentale a mostrarci che la parola è potere e che il potere tende a giustificarsi da solo. La sua “colpa” non è mentire per crudeltà: è mentire perché può, perché è bravo, perché la sua identità coincide con quella capacità. E allora la domanda che resta addosso non è “Odisseo è buono o cattivo?”, ma questa: quanta menzogna siamo disposti a tollerare quando ci porta a casa vivi, vincenti e rispettati? E soprattutto: quando l’astuzia diventa abitudine, riusciamo ancora a distinguere la salvezza dalla corruzione?

Marco Della Corte

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La Redazione

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