Non c’è altra scelta

È così che Park Chan-wook ha deciso di intitolare il suo ultimo film, che a settimane di distanza dalla sua uscita, continua a portare pubblico nelle sale italiane.
Tratto dal romanzo “The Ax” di Donald E. Westlake,il regista sudcoreano mette in scena una trepida e mozzafiato noir-comedy, satirizzando sulla competitività tossica della società contemporanea.
A distanza di 12 anni da OldBoy, che reputo uno dei capolavori contemporanei non solo del cinema corano, ma del cinema mondiale, Park Chan-wook ci sbatte in faccia la crudeltà del sistema performativo sudcoreano: dopo 25 anni di servizio in un’azienda, un padre di famiglia viene licenziato. Per non deludere la sua famiglia e salvare la loro casa, non gli resta altra scelta che uccidere la persona che occupa la posizione lavorativa che gli permetterebbe di reintegrarsi nella società come membro funzionale e ritrovare sé stesso.
“No other choice” è una travolgente parabola discendente nell’inferno dei pensieri intrusivi di un uomo deluso dallo stesso sistema a cui aveva regalato anni di sudore, fatica e dedizione e che lo ha ricompensato trasformandolo nel suo prodotto più scadente: un padre di famiglia disoccupato. Ma è talmente lobotomizzato da essa che non riesce a ribellarsi, tanto da diventare un assassino semi-professionista (più semi che professionista) pronto a uccidere pur di ritornare dov’era.
Ed è proprio qui che sta la particolarità di questo film. Park Chan-wook usa un pretesto satirico e grottesco per criticare il sistema capitalista del mercato del lavoro attuale, che oggi più che mai sembra più simile a degli “Hunger Games” o come dicevano i latini, mors tua vita mea. La regia spinta, dinamica e senza paura di rischiare, rende tutto più surreale, esagerato e paradossalmente vero, aromatizzando la vicenda con questo amaro black-humor, che lascia andare a più di qualche risata.
Mi ha ricordato una grottesca ed esagerata versione di “Breaking Bad”, solo che Yoo Man-soo (Lee Byung-hun) non ha la lucidità di Walter White a prenderla come un’occasione per tornare ad essere sé stesso, ma addirittura mette in piedi un colloquio di lavoro falso per capire quali altri candidati potrebbero prendere il posto di lavoro desiderato e si prende le risate e il tifo del pubblico per i modi fantasiosi e poco ortodossi con cui progetta di ucciderli. Il tutto enfatizzato da una prestazione attoriale di livello assoluto.
In “No other choice” il protagonista non sceglie perché vive in una società che lo ha indottrinato a pensare che non ci sia un’altra scelta. È proprio questa non scelta forzata che non gli permette di uscire dal suo ciclo di umiliazione. La sceneggiatura però racconta di un personaggio che cambia, che raggiunge il suo bisogno esterno, ma è troppo cieco per vedere e raggiungere anche quello interno. La sua umiliante comfort zone è tutto quello che ha e gli sta bene così.
In conclusione, il cinema coreano si dimostra ancora una volta la più valida alternativa ai classicismi del cinema, trasportando lo spettatore in un’onda di imprevedibilità, fantasia e azione, senza mai rinunciare alla riflessione sui problemi che più della Corea, sembrano essere davvero quelli del mondo. Mi permetto di racchiudere il senso del film con la frase resa celebre da “Shutter Island” di Martin Scorsese: “Che sarebbe meglio? Vivere da mostro o morire da persona per bene?” e credo che Yoo Man-soo ci abbia dato la sua risposta.
Francesco Vacca
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