La dipendenza da quiz TV (e perché è normalissima)

Sono le 20:00 di un mercoledì qualunque. Milioni di italiani sono sintonizzati su Rai 1 per L’Eredità, oppure stanno urlando risposte a Chi vuol essere milionario? convinti di essere più veloci dei concorrenti. Qualcuno, seduto sul divano con un bicchiere di vino in mano, sta già giudicando severamente chi non sa che Leopardi è nato a Recanati.
Ma perché? Perché ci piace tanto vederci più intelligenti di perfetti sconosciuti che sudano sotto le luci dello studio? E soprattutto, perché dopo una giornata massacrante di lavoro, invece di rilassarci con qualcosa di semplice, scegliamo di giocare mentalmente a Trivial Pursuit dal divano?
La risposta, come spesso accade, sta nel nostro cervello (e no, non è perché siamo tutti secchioni repressi).
Quando rispondiamo correttamente a una domanda di un quiz in TV (anche se nessuno ci sta ascoltando tranne il cane) il nostro cervello rilascia dopamina. Sì, quella stessa sostanza chimica che viene rilasciata quando mangiamo cioccolato, facciamo esercizio fisico o vinciamo una partita di poker. La dopamina è il neurotrasmettitore del mi sento bene per eccellenza, e il nostro cervello ne va matto.
Ma c’è un giochino psicologico ancora più subdolo: l’incertezza. Le ricerche hanno dimostrato che i sistemi di ricompensa incerti (quelli in cui non sai se avrai successo o no) sono più efficaci nel produrre picchi di dopamina rispetto alle ricompense garantite. È per questo che i quiz funzionano meglio di un documentario: c’è suspense. Potresti sapere la risposta… oppure no. E questa incertezza è come crack neurologico.
È lo stesso meccanismo che rende i videogiochi così coinvolgenti: giocare attiva il nucleo accumbens (il centro del piacere nel cervello) in modo simile alle sostanze psicoattive. Rispondere a quiz televisivi attiva le stesse identiche aree: fondamentalmente, Reazione a Catena è la nostra droga socialmente accettabile.
La seconda ragione per cui amiamo i quiz è che i concorrenti dei quiz non sono tutti modelli con QI da premio Nobel. Vedere persone “normali” ci fa sentire che potremmo essere lì anche noi.
Judith Keppel, che ha vinto un milione di sterline a Chi vuol essere milionario? e poi è diventata un’esperta di Eggheads, lo spiega bene: la gente guarda quiz ad alto livello come University Challenge per lo stesso motivo per cui guarda lo sport: per vedere persone estremamente brave fare cose difficili. Ma i quiz generalisti funzionano perché ci fanno pensare “Ehi, quella risposta la sapevo anch’io!”.
È una forma di gratificazione dell’ego a basso costo. Non dobbiamo fare nulla se non sederci e… sentirci intelligenti. Nel frattempo, il povero concorrente sotto i riflettori sta sudando freddo cercando di ricordare in che anno è caduto il Muro di Berlino.
Infine, sembra un controsenso, ma i quiz TV ci permettono di evadere dalla vita quotidiana offrendoci un’esperienza paradossalmente autentica. Durante la pandemia, molte persone hanno trovato conforto in quiz televisivi per questo motivo: ci danno la sensazione di partecipare a qualcosa di reale, ma senza la pressione della nostra vita vera.
Guardare quiz televisivi può effettivamente migliorare la salute mentale. Questo perché la loro natura interattiva impegna la mente in qualcosa di diverso dalle preoccupazioni quotidiane, creando uno spazio mentale più positivo. È come meditazione, ma con maggiore possibilità di gridare “Romaaaaa!” quando chiedono la capitale d’Italia.
Ovviamente, non tutti sono d’accordo. C’è chi trova i quiz stressanti (soprattutto quando i concorrenti stanno lì per disperazione economica, giocandosi l’affitto o la retta universitaria dei figli). Ma per molti, proprio questa tensione tra dramma reale e distanza emotiva crea il cocktail perfetto di coinvolgimento e sicurezza.
I quiz di successo hanno una struttura paradossale: devono essere familiari ma sempre nuovi. La routine è rassicurante: sappiamo come funziona il gioco, conosciamo il presentatore e abbiamo le nostre strategie mentali. Ma ogni puntata porta domande nuove, concorrenti nuovi e sì, una dose di dramma nuovo. È come il tuo panino preferito: stessa base ma condimenti diversi.
E poi c’è il presentatore. Il conduttore di un quiz può fare o distruggere il programma: pensa a Gerry Scotti, Carlo Conti, o al mitico Paolo Bonolis. Un bravo presentatore non è solo qualcuno che legge le domande, è un mediatore emotivo tra noi e il concorrente, qualcuno che incarna l’esperienza e ci fa sentire parte dello show.
Ma non tutto è dopamina e divertimento. I quiz televisivi riflettono anche alcune delle nostre ansie più profonde. Chi non ha mai provato un brivido di schadenfreude vedendo qualcuno sbagliare una risposta “facilissima”? O non ha mai giudicato silenziosamente un concorrente per non sapere qualcosa che “tutti dovrebbero sapere”?
I quiz possono anche rinforzare gerarchie culturali: chi sa di più vale di più. Guardare L’Eredità diventa un modo per affermare il proprio capitale culturale dal divano. “Come fa a non sapere chi ha dipinto la Gioconda?!”, gridiamo, dimenticando convenientemente che non sappiamo nemmeno cosa abbiamo mangiato a cena tre giorni fa…
E poi c’è il fattore economico. In tempi di incertezza finanziaria, i quiz che offrono premi in denaro diventano quasi una fantasia ad occhi aperti. Vedere qualcuno vincere migliaia di euro rispondendo a domande ci fa pensare che sì, quello potrei essere io. È il principio della lotteria applicato al sapere: un sogno di mobilità sociale attraverso la cultura generale.
In fondo, i quiz TV sono sopravvissuti a decenni di cambiamenti televisivi perché soddisfano bisogni psicologici fondamentali: ci fanno sentire intelligenti senza richiedere troppo sforzo, offrono struttura e prevedibilità in un mondo caotico e creano comunità virtuali.
Quindi la prossima volta che ti ritrovi incollato a Chi vuol essere milionario? invece di fare qualcosa di “produttivo”, non sentirti in colpa. Il tuo cervello sta semplicemente facendo quello che sa fare meglio: cercare ricompense, provare piacere nell’apprendimento e godersi un po’ di sana competizione virtuale.
E se poi sbagli la risposta prima del concorrente, beh… puoi sempre dire che eri distratto dal cane.
Elisabetta Carbone
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