Ermal Meta: a Sanremo “Stella stellina” è il canto per Gaza

C’è una filastrocca che tutti abbiamo imparato da bambini, pronunciata sottovoce prima di dormire, con la luce che si spegne e la paura del buio che si scioglie tra le braccia di chi ci ama.
Quando però quelle stesse parole – “Stella stellina, la notte si avvicina” – vengono sottratte all’innocenza e immerse nella tragedia del presente, accade qualcosa di spiazzante: la ninna nanna si incrina, la dolcezza si fa dolore, e la notte non è più soltanto quella che precede il sonno, ma quella della guerra, dell’assenza, della perdita. Con Stella stellina, presentata al Festival di Sanremo, Ermal Meta compie proprio questo gesto: prende una formula rassicurante e la trasforma in una preghiera laica per una bambina che non c’è più, vittima della guerra a Gaza.
Il brano nasce da un episodio intimo e domestico: la figlia del cantautore, che aveva iniziato a parlare da poco, ripeteva con insistenza proprio quelle parole, “Stella stellina”, come fanno tanti bambini con le frasi che li affascinano. Meta ha raccontato di aver preso la chitarra quasi d’istinto e che, nel giro di mezz’ora, la canzone era già nata. Ma ciò che era partito come un momento tenero, privato, si è subito caricato di un significato diverso: quell’incipit da ninna nanna ha iniziato a suonare come una domanda dolorosa rivolta al mondo. Da padre, l’artista ha sentito in modo ancora più acuto l’impotenza di fronte a una vita giovane stroncata dalla brutalità umana. Così la filastrocca che rassicura è diventata il canto per una bambina che non potrà mai più addormentarsi.
La voce narrante non è quella del padre biologico della piccola evocata, eppure ne assume lo sguardo, il tremore, la nostalgia. È lo sguardo di uno sconosciuto che sente quella perdita come propria, come se quella bambina fosse “sua” e insieme nostra, di tutti. In questo slittamento sta la forza del testo: la piccola non appartiene solo alla sua famiglia, ma all’umanità intera.
Fin dai primi versi, la struttura circolare della filastrocca viene mantenuta, ma il significato è rovesciato.
“Non basta una preghiera / Per non pensarci più”
incrina l’illusione che la fede o il tempo possano lenire tutto. La notte si avvicina e non porta riposo, ma memoria. La collina da cui “si attende primavera” diventa il punto d’osservazione di chi spera in una rinascita che tarda ad arrivare. La primavera, simbolo classico di vita nuova, è inizialmente desiderata ma assente: “non c’è quel che c’era”. L’assenza è il vero centro emotivo della canzone.
Le immagini scelte sono semplici, quotidiane, e proprio per questo devastanti. La bambola ritrovata, stretta “fino a sera”, è un oggetto che trattiene ancora il calore dell’infanzia. Il tempo si deforma:
“È passata già un’eternità / O solamente un’ora”.
Nel trauma, le coordinate saltano, il prima e il dopo si confondono. La memoria non segue l’orologio, ma il battito del dolore.
Il riferimento geografico è racchiuso in un’espressione tanto breve quanto eloquente: “Tra muri e mare”. In poche parole si disegna la condizione di una terra chiusa, compressa, senza via di fuga. Non c’è retorica politica esplicita, ma una denuncia umanitaria che passa attraverso la concretezza dello spazio: un luogo dove scappare sembra impossibile, dove la guerra schiaccia soprattutto i più fragili.
Uno dei passaggi più intensi è quello in cui il narratore confessa di aver tentato di “strapparsi il cuore”, perché senza cuore “non si muore”, salvo poi fermarsi per paura di non sentire più niente. È un’ammissione cruda: meglio il dolore dell’anestesia. Meglio soffrire che diventare incapaci di provare compassione. In questo conflitto tra rabbia e impotenza si riflette la condizione di chi assiste da lontano a una tragedia e si sente inutile, spettatore forzato di un’ingiustizia irreparabile.
La metafora della farfalla – “Come le farfalle hai vissuto un giorno” – restituisce tutta la fragilità e la brevità di quell’esistenza. La farfalla è bellezza, leggerezza, ma anche precarietà. Definirla “figlia di nessuno” non significa negarle radici, bensì allargarle: è figlia del mondo, “melodia di un canto” intonato da chi l’ha amata e da chi, pur non conoscendola, ne porta il ricordo. In questa universalizzazione, la singola storia diventa simbolo di tutte le infanzie spezzate.
Eppure, nel finale, qualcosa cambia. Il verbo muta: dalla collina non si “attende” più la primavera, ma essa “verrà”. Non è un’illusione ingenua, né una consolazione facile. È una scelta linguistica che suona come un atto di resistenza. La bambina non tornerà, ma “nel vento della sera” ci sarà pure lei. La sua presenza si sposta dal piano fisico a quello della memoria, del soffio, della coscienza collettiva.
L’ultimo verso :
“Non ti ho dimenticato / Aspetto il tuo ritorno”
non nega la morte, ma afferma la fedeltà del ricordo. Il ritorno non è materiale: è il riaffiorare continuo del suo nome, della sua immagine, del suo simbolo. Finché qualcuno canterà quella ninna nanna trasformata, finché la notte sarà accompagnata da una voce che non vuole dimenticare, quella bambina continuerà a esistere.
In Stella stellina, Ermal Meta compie un gesto artistico e civile insieme: prende la lingua dell’infanzia e la espone alla brutalità del mondo adulto, senza perdere la delicatezza originaria. La canzone non consola davvero, non offre soluzioni, non placa la rabbia. Ma tiene accesa una luce nella notte – fragile come una stella, ostinata come la primavera che, prima o poi, deve tornare.
Antonio Palumbo
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