Doveva essere un Sanremo rivoluzionario

È questo il titolo dell’articolo scritto dal giornalista Angelo Falvo e illustrato da Walter Molino, pubblicato sulla Domenica del Corriere il 27 dicembre 1959.
Falvo scrive di un aneddoto che si verificò a fine del 1959 quando la giuria incaricata di selezionare le venti canzoni finaliste per la 10ª edizione del Festival di Sanremo (1960) si riunì a Roma presso l’Istituto Luce, occasione nella quale Antonio De Curtis, in arte Totò, presidente della commissione, lasciò la giuria.
Il principe Antonio De Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, eccetera (in arte Totò) abbandona l’istituto «Luce» con il cappotto addosso, il cappello in testa e il viso scuro. Ai giornalisti dice:
«Ho abbandonato i lavori conclusivi della giuria del Festival di Sanremo, perché non sono d’accordo su alcune cose».
Il vice – presidente Renato Mariani, il segretario Vittore Querél , gli dicono: «Principe, ritorni … tutto è finito, ormai». Totò è irremovibile – «Perbacco, non sono un pagliaccio», aggiunge – e se ne va, sbattendo la porta.
A Totò piaceva una canzone dal titolo “Parole” di Falpo, cantante e impiegato romano; egli desiderava che questa fosse scelta per il Festival, ma gli altri undici giurati erano di parere opposto, motivo per cui non firmò il verbale conclusivo e lasciò la commissione prima della fine dei lavori.
Con Totò nella veste di Presidente della giuria, il festival della musica italiana prospettava un cambio di rotta, auspicando una selezione di nuovi autori, valorizzando il talento emergente, con un approccio più moderno alla musica leggera, mentre la commissione era composta da musicisti e giornalisti del settore.
In un articolo pubblicato pochi giorni prima con il settimanale Oggi, e risalente al 24 dicembre 1959, Totò ebbe modo di spiegare la decisione presa.
“Ho accettato una carica credendo che essa comportasse lo svolgimento di precise funzioni: nell’istante in cui mi sono reso conto d’essere in errore, l’ho abbandonata, tutto qui. La storia dei miei rapporti con la commissione incaricata di scegliere le venti canzoni per il prossimo Festival di Sanremo si potrebbe riassumere in queste semplici parole, e mi sarei guardato bene dall’aggiungerne altre, se l’interesse suscitato dal mio gesto non mi avesse obbligato a spiegare come sono andate realmente le cose”.
Totò ebbe modo di esporre la sua posizione ripercorrendo da principio la nomina della sua presidenza. Fu una decisione che comportò una presa di grande consapevolezza rispetto a ciò di cui si sarebbe fatto carico, tenendo in considerazione anche il suo temperamento, ma alla fine accettò.
Furono ascoltate più di quattrocento canzoni, in sedute da lui definite “massacranti” e al termine delle quali si giunse allo scarto di quasi trecento, da cui vennero salvate novantanove per la seconda selezione.
Poi, da novantanove divennero sessanta, poi quaranta, poi trenta. Si giunse al numero di 27 canzoni, delle quali però bisognava sceglierne solo 20.
E fu durante quest’ultima votazione che si verificò il dissidio tra lui e la commissione.
“A questo punto vorrei sottolineare una cosa: esistono presidenti onorari e presidenti effettivi. Gli uni possono attribuire alla loro carica un valore puramente simbolico, gli altri no. Un presidente effettivo ha il dovere di dirigere i lavori dell’organizzazione di cui è a capo, e ciò significa che egli deve equilibrare pareri discordi, mantenere una determinata linea, far pesare la propria autorità sulla bilancia delle decisioni. Altrimenti, a che serve nominarlo? […]Comunque stiano le cose, però, io mi rifiuto di ammettere che il presidente di una commissione come quella del Festival possa essere considerato una figura decorativa o, peggio ancora, un fantoccio. E, soprattutto, non ammetto che la parte del fantoccio tocchi a me.”
Egli ribadì che la commissione non tenne conto del suo parere e questo lo spinse a deporre la carica che gli era stata affidata.
“La decisone di presidente divenne irrevocabile solo dopo che ebbi constatato che i membri della commissione, non contenti di aver respinto il mio suggerimento, pretendevano che io modificassi la mia opinione e mi sottomettessi alla loro, firmando il verbale conclusivo.”
Fu un episodio che di certo colpì l’opinione pubblica, e dal quale emerse la fermezza di valori di un grande artista e uomo, quale Totò, così come ancora oggi viene ricordato.
Marika Carolla
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