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Centri sociali sotto sgombero: cosa sta cambiando nelle città

Dalle ordinanze alle trasformazioni urbane, perché oggi il tema non riguarda solo la legalità ma il modello di città

Il tema dei centri sociali occupati è tornato con forza al centro del dibattito pubblico. In queste settimane, tra annunci di sgombero, ordinanze e prese di posizione istituzionali, si è aperta una nuova fase che segna un cambio di passo nelle politiche urbane.

Una tendenza che attraversa più città e che riflette una trasformazione più ampia nel modo di concepire lo spazio urbano. La domanda che emerge è semplice solo in apparenza, stiamo parlando di legalità e ordine pubblico o di una ridefinizione del modello di città?

Per comprendere cosa sta accadendo oggi è utile ricordare cosa sono stati, e in parte sono ancora, i centri sociali occupati. Nati spesso in edifici abbandonati o dismessi, questi spazi hanno rappresentato nel tempo luoghi di aggregazione giovanile, produzione culturale indipendente, attivismo politico e pratiche mutualistiche. Molti hanno ospitato concerti, laboratori, assemblee, sportelli di supporto e iniziative sociali, diventando presidi informali in quartieri privi di servizi e spazi pubblici accessibili. Non si tratta di realtà omogenee ma autentiche storie, pratiche e rapporti con il territorio diversi da città a città.

Oggi, però, il contesto è cambiato. Le città sono attraversate da processi di rigenerazione urbana, valorizzazione immobiliare e riconversione delle aree dismesse. In questo scenario, gli spazi occupati vengono sempre più spesso considerati incompatibili con i nuovi assetti urbani. La linea istituzionale tende a privilegiare il riordino, la sicurezza e il rispetto formale delle regole, distinguendo tra esperienze ritenute “regolarizzabili” e occupazioni giudicate non integrabili. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, alle procedure di sgombero non corrispondono alternative concrete per le attività che quei luoghi ospitavano.

Cosa significa, nella fattispecie, uno sgombero oggi? 

Nell’immediato comporta l’interruzione delle attività, la dispersione delle reti sociali e spesso un aumento della conflittualità. Nel medio periodo può tradursi nella perdita di presidi culturali e sociali, soprattutto nei quartieri più fragili. Nel lungo periodo, la questione diventa politica, meno spazi non commerciali, meno luoghi di partecipazione dal basso, una città sempre più orientata al consumo e al controllo.

Il tema non è difendere ogni occupazione né negare il tema della legalità, ma interrogarsi su quale equilibrio si voglia costruire tra regole, funzione sociale e diritto all’uso dello spazio. Ridurre il dibattito ai soli sgomberi rischia di oscurare la questione più ampia, che tipo di vita urbana stiamo rendendo possibile e per chi.

Serena Parascandolo 

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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