Belli, nobili e buoni: la kalokagathia omerica nel sogno aristocratico delle CLAMP

Nel multiverso delle CLAMP la ricchezza, la nobiltà e la bontà coincidono in un ideale che richiama la kalokagathia omerica e il mito arturiano. Un viaggio tra Card Captor Sakura, Rayearth, Tokyo Babylon, X e Chobits per interrogare un immaginario affascinante, innocente e oggi problematico.
C’è qualcosa di profondamente riconoscibile, e al tempo stesso difficilmente definibile, nel mondo narrativo delle CLAMP. Un’atmosfera ovattata, elegante, sospesa. Un universo in cui i protagonisti sono spesso giovani, belli, educati, gentili e quasi sempre figli di famiglie ricche, antiche o culturalmente altolocate. Da Cardcaptor Sakura a Magic Knight Rayearth, da Tokyo Babylon a X, fino a Clamp School Detectives e Chobits, ritorna con insistenza un’idea antica: la nobiltà esteriore come riflesso naturale della nobiltà interiore. Un’idea che affonda le radici nella kalokagathía greca, ma che si colora anche di suggestioni arturiane, britanniche, quasi da Avalon moderno. Nel 2026, però, questo sogno appare insieme dolce e disturbante.
Un Avalon moderno: mondi ovattati e destini alti
I mondi delle CLAMP non sono mai davvero realistici. Anche quando sono ambientati nel Giappone contemporaneo, sembrano collocarsi in uno spazio simbolico separato, un locus amoenus. In Cardcaptor Sakura, Sakura vive in un contesto sereno, protetto, figlia di un docente universitario; la sua amica Tomoyo proviene da una famiglia industriale ricchissima. E Shaoran? Lui, discendente del potentissimo mago Clow-Reed è il rampollo di una fastosa e antica famiglia cinese. La magia entra in un mondo già armonico, non per risarcire una mancanza, ma per rivelare una vocazione.
In Magic Knight Rayearth, le protagoniste vengono chiamate in un regno che sembra uscito da una fiaba cavalleresca: Cephiro non è governato dal popolo, ma da figure predestinate, scelte per purezza e nobiltà d’animo. Anche qui il destino non è conquista sociale, ma chiamata dall’alto.
Questo schema rimanda meno all’Olimpo greco — rumoroso e conflittuale — e molto di più ad Avalon: luogo di custodia, di attesa, di armonia fragile. Non è un caso che le CLAMP abbiano sempre mostrato un’evidente fascinazione per la cultura britannica.
L’amore per il Regno Unito: estetica, mito e visione morale
Le CLAMP non hanno mai nascosto la loro passione per l’immaginario occidentale, e in particolare per il Regno Unito. Dai riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie all’uso di nomi, simboli e ambientazioni che evocano college elitari e dimore aristocratiche, l’Inghilterra diventa per loro un altrove ideale. Non una nazione reale, ma un luogo simbolico: elegante, antico, colto.
Questa anglofilia non è decorativa. Influenza profondamente la loro visione del mondo. Il Regno Unito, filtrato dall’immaginario giapponese, diventa il luogo dove tradizione e moralità coincidono, dove l’aristocrazia non è predatoria ma custode di valori. È l’Inghilterra di Camelot, non quella della storia sociale.
La figura di Clow Reed è emblematica: nato dall’unione di madre cinese e padre inglese, incarna il sincretismo tra Oriente e Occidente. Le sue Carte non sono strumenti caotici, ma oggetti rituali, colti, raffinati: magia alta, non popolare. Ancora una volta, il sacro abita l’alto, non il margine.
Tokyo Babylon e X: nobiltà, sacro e tragedia
Nei lavori più cupi, questa visione si fa tragica ma non viene mai negata. In Tokyo Babylon, Subaru e Hokuto Sumeragi appartengono a una famiglia antica di onmyōj (sciamani giapponesi di alto livello mistico), legata al destino spirituale di Tokyo. Il loro potere non nasce dal dolore sociale, ma da una genealogia sacra. Anche il nemico appartiene allo stesso livello: il conflitto non è tra alto e basso, ma all’interno dell’aristocrazia del sacro, come nelle tragedie greche.
In X, la fine del mondo viene affidata a giovani eletti, spesso portatori di lignaggi antichi. Il destino dell’umanità non è democratico: è genealogico. Ancora una volta, kalòs e agathòs coincidono, fino a spezzarsi nella tragedia.
Endogamia aristocratica: Clamp School e Chobits
Questa visione attraversa anche le opere più leggere. In Clamp School Detectives, Nokoru, Akira e Suoh non sono solo brillanti studenti: sono rampolli di famiglie potentissime. Le relazioni sentimentali di Akira e Suoh rispettivamente con Utako e Nagisa — figlie di altrettante persone in vista — non rompono l’ordine sociale: lo confermano. L’amore è riconoscimento tra pari, non trasgressione.
Lo stesso accade in Chobits, dove Minoru Kokubunji, giovanissimo genio e ragazzo ricchissimo, vive circondato da tecnologia e affetti che assumono un ruolo quasi familiare. Anche qui, la ricchezza è presentata come spazio di protezione e gentilezza, mai come fonte di alienazione morale.
Kalokagathia contro Dolce stil novo
Ed è qui che il confronto diventa inevitabile. La kalokagathía omerica identifica la virtù con la nascita, la bellezza, il rango. È l’ideale che le CLAMP sembrano recuperare con sorprendente innocenza. Ma la nostra tradizione letteraria offre un controcanto potente: il Dolce stil novo.
Guinizelli scrive: “Al cor gentil rempaira sempre amore”.
La nobiltà non è più questione di sangue o di titolo, ma di gentilezza del cuore. È una rivoluzione silenziosa: l’aristocrazia si sposta dall’esterno all’interno. Nel mondo moderno, questa idea ha vinto almeno sul piano ideale.
Ed è proprio per questo che il mondo CLAMP oggi ci appare insieme affascinante e tossico. Affascinante perché propone un’armonia perduta; tossico perché suggerisce, anche se senza malizia, che la bontà sia una qualità ereditaria, che il mondo perfetto sia composto da famiglie perfette.
Le CLAMP non sono ciniche, né ideologiche. Il loro è un sogno raccontato con assoluta sincerità. Un sogno antico, aristocratico, mistico, in cui bellezza, ricchezza e bontà convivono senza conflitto. Nel 2026 sappiamo che il mondo non funziona così. Ma forse continuiamo ad amare le CLAMP proprio per questo: perché ci mostrano dei rampolli di ricche famiglie, giovani e perfettini, abitanti di un locus amoenus meraviglioso che non possiamo più abitare, ma che — almeno nelle storie — ci è ancora concesso visitare.
Marco Della Corte
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