Bad Bunny al Superbowl ci mostra che la resistenza è anche festa

Domenica 8 febbraio, Bad Bunny si è esibito durante l’Halftime Show del Superbowl al Levi’s Stadium a Santa Clara, California.
In uno spettacolo di 13 minuti, circondato da scenografie pazzesche, ha cantato un mix delle sue canzoni più conosciute, tra cui Titì Me Preguntò, Yo Perreo Sola, Safaera, Party,Voy a Llevarte Pa’ PR, BAILE INoLVIDABLE, NUEVAYoL, El Apagòn, EoO, CAFé CON RON e, per concludere DtMF, la canzone che porta il titolo dell’album che solo la settimana scorsa ha vinto il premio Album of the Year ai Grammys 2026, qualificandosi come il primo album interamente in lingua spagnola a vincere un Grammy.

Bad Bunny, nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio, è nato e cresciuto a Porto Rico, nel quartiere Almirante Sur di Vega Baja.
Guardando la sua performance al Superbowl, si ha la sensazione che il suo quartiere si sia magicamente teletrasportato al Levi’s Stadium.
La prima inquadratura ci mostra l’erba alta di un campo di canne da zucchero in cui poi l’artista avanza ballando e interagendo con i lavoratori, i quali simboleggiano gli agricoltori portoricani e la dignità del loro duro lavoro.

Vediamo degli scorci di vita quotidiana del Sud America, come il tavolo degli abuelitos che giocano a carte o un bambino che dorme su due sedie che gli fanno da letto durante una festa (due cose che sono anche molto italiane!). Vediamo anche dei pali elettrici malfunzionanti che denunciano i frequenti blackout di luce e corrente sull’isola.
Le meravigliose scenografie rimandano costantemente a tradizioni della comunità latina: le bodegas portoricane a New York, le bancarelle di tacos, la “casita” rosa, il coco frio e Tonita, la proprietaria del Caribbean Social Club a Williamsburg citata anche nella canzone NUEVAYoL, dove Bad Bunny aveva precedentemente festeggiato l’uscita di un suo album “Un Verano Sin Ti”.
Bad Bunny lascia brevemente spazio anche ad altri due artisti.
Lady Gaga si esibisce con un abito blu da flamenco di Luar e accessori rossi in una versione salsa di Die with a Smile, omaggiando la cultura portoricana e offrendo una perfetta colonna sonora al matrimonio (sì, un matrimonio vero!) in corso al Superbowl. A quanto pare una coppia aveva invitato Bad Bunny al matrimonio…e lui ha risposto facendoli sposare durante il Superbowl, promettendosi “sì” davanti a milioni di persone. Che fortuna!
Anche Ricky Martin ha fatto una piccola apparizione cantando dei versi di Bad Bunny da LO QUE LE PASÓ A HAWAii, una canzone che denuncia la storia della violenza delle potenze coloniali alle Hawaii, ed esprime la paura che a Porto Rico possa toccare lo stesso destino attraverso il processo di gentrificazione.
“Quieren quitarme el río y también la playa
Quieren el barrio mío y que abuelita se vaya
No, no suelte' la bandera ni olvide' el lelolai
Que no quiero que hagan contigo lo que le pasó a Hawái”


Ad essere presenti anche altre persone molto famose, quasi tutte latine, riunite nella “casita dei VIP” (già ritrovo di diversi VIP ai concerti dell’artista portoricano) dove hanno ballato e festeggiato sulle note della musica di Bad Bunny; tra i tanti intravediamo Pedro Pascal, Cardi B, Jessica Alba, Karol G e Young Miko!

Uno dei momenti più emozionanti arriva quando al pubblico viene mostrata una famiglia, due genitori e un bambino, che dal divano di casa ascoltano il discorso di ringraziamento di Bad Bunny ai Grammys 2026. Quel bambino è lui da piccolo, e Benito squarcia la distanza tra presente e passato ponendo il premio Grammy in quelle piccole mani colme di sogni e speranze.
(Il bambino è l’attore Lincoln Fox!)

Bad Bunny ha cantato e parlato solamente in spagnolo, con un’unica eccezione verso la fine dello spettacolo: la frase God bless America.
Non è un caso.
La frase God bless America è un simbolo storico del nazionalismo statunitense, ma Bad Bunny ne ha completamente trasformato (e aperto, direi) il significato, pronunciando subito dopo lo slogan i nomi dei paesi dell’America del Sud, per poi salire e arrivare fino agli USA e al Canada, lasciando Porto Rico alla fine.
Quindi benedetta sia l’America, sì, ma l’America di tutti.
L’America dove la cultura latina non solo ha un suo spazio, ma è una parte intrinseca delle fondamenta.
L’America dove l’inglese non è l’unica lingua e le persone non vengono rapite, rinchiuse in centri di detenzione e deportate senza aver commesso alcun crimine.
L’America dove tutti svolgono dei ruoli essenziali che rendono la vita vivibile e gli immigrati non vengono silenziati e sminuiti da un governo che in spirito neonazista crede in una sorta di razza ariana pura.
L’America dove ognuno è libero di credere in ciò che vuole, parlare la propria lingua e portare avanti le proprie tradizioni.
Bad Bunny ha creato uno spazio di resistenza attraverso la gioia.
La musica, la lingua, la danza, i riferimenti culturali a Porto Rico e la forza delle comunità latine hanno generato una potentissima corrente di lotta, la stessa che percorre i muscoli degli attivisti che manifestano nelle strade. Il messaggio è lo stesso: abbiamo tutti il diritto di essere qui.
First, they came for the immigrants
And I spoke out
Because I know the rest of the fucking poem

Marcella Cacciapuoti
Photo credits copertina: Onet Plejada
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