Trend o TREMEND? I cerotti Hermès e l’alibi della cura

Tre strisce in pelle a 140 euro. L’oggetto-fantasma perfetto. Non ripara nulla, ma racconta tutto di un lusso che estetizza la fragilità e la tiene fuori scena.
A leggerlo in fretta, sembra quasi un refuso: cerotti per l’herpes.
Invece no. Sono cerotti Hermès. O meglio, bende, come il marchio tiene a precisare. Tre strisce in pelle al prezzo di 140 euro (puoi pagare anche in tre rate eh). Nessuna relazione con il corpo che sanguina o con la ferita da coprire, solo con il linguaggio e il cortocircuito è immediato.
Cerotti che non curano ferite, non proteggono, non servono – almeno non nel senso elementare del termine. Ed è proprio per questo che non siamo davanti a un eccesso kitsch o a una provocazione urlata, ma a qualcosa di più sottile, un oggetto che imita una funzione senza assolverla fino in fondo (niente di nuovo ormai).
La distinzione lessicale non è un dettaglio, è il cuore dell’operazione. “Cerotto” è una parola concreta, goffa, porta con sé l’idea di vulnerabilità quotidiana. “Benda”, invece, è più astratta, più elegante, più compatibile con l’universo simbolico del lusso a cui siamo ormai abituati (che forse però ha stancato un po’).
L’estetica resta quella del cerotto, ma la funzione medica viene esplicitamente rifiutata. Le bende non servono a curare, servono a decorare una scarpa, a coprire la webcam del computer (perché poi?), a fermare un cavo (avete mai davvero bloccato dei cavi con dei cerotti?), ad appendere una fotografia – con il rischio, tra l’altro, di rovinare anche l’intonaco – o addirittura a “riparare” degli occhiali come dei nerd sfigati, sì, ma di lusso.
Il cerotto, nella sua versione originaria, è uno degli oggetti più semplici e democratici che esistano. Costa poco, si applica in fretta, si rimuove senza pensarci troppo. È transitorio, marginale, destinato a sparire. Esiste perché il corpo esiste e perché il corpo, inevitabilmente, si ferisce. Proprio per questo, storicamente, il cerotto è sempre stato qualcosa da nascondere. Sulle dita – o su qualsiasi altra parte visibile del corpo – diventa un intoppo visivo, una dissonanza di stile. È l’opposto del lusso, che lavora sulla durata, sulla protezione, sulla distanza dal bisogno. Da qui nasce una figura tipica di questa fase: l’oggetto-fantasma, che sembra necessario ma che, a ben guardare, è completamente superfluo.
Centoquaranta euro per tre strisce adesive non sono uno scandalo economico. Nel lusso, il prezzo è quasi sempre un atto simbolico. In questo caso, l’accessorio regala l’illusione di far parte di un contesto: entrare, anche solo marginalmente, nel carrozzone Hermès e sentirsi parte di qualcosa di elitario – nell’immaginario, ovviamente.
Pensare che con 140 euro si possa avvicinare la lista d’attesa di una Kelly è utopistico quanto la lista dei buoni propositi del 3 gennaio. Qui il prezzo non giustifica un valore d’uso, ma certifica l’assenza di utilità.
I cerotti Hermès, va detto, non inventano nulla. Negli ultimi anni il sistema moda ha costruito un intero lessico intorno all’oggetto banale elevato a segno: il nastro adesivo trasformato in gioiello, il sacco della spazzatura trasformato in borsa, l’asciugamano trasformato in gonna. In casi del genere – Balenciaga lo ha insegnato bene – non si paga la funzione, ma la cornice culturale. Si paga il diritto di dire: io capisco il codice. E, più sottotraccia: io lo capisco prima di te.
A chi legge la moda come sistema culturale, l’idea può anche piacere, perché il punto non è l’oggetto in sé, ma il significato intrinseco che si porta dietro.
Solo che qui la differenza è decisiva. L’oggetto di partenza non è semplicemente povero o quotidiano: è un oggetto di cura.
Come trend, l’operazione è perfettamente allineata al presente, micro-oggetti di lusso, ironia controllata e il fetish dell’inutile. Oggetti pensati per essere raccontati, fotografati, commentati prima ancora che utilizzati. Veri e propri oggetti-conversazione e indicatori di status.
Come segnale culturale, però, il quadro si fa più problematico. Racconta un lusso sempre più autoreferenziale, che rimuove il corpo reale, cancellandone la funzione, smettendo di “riparare” qualcosa. Un’estetica che galleggia e vuole primeggiare sopra ogni urgenza. Se un cerotto smette di curare, anche il lusso (e la moda) smettono di dialogare con il reale.
Liquidare queste bende come una semplice trovata di marketing sarebbe riduttivo. Sono piuttosto il segnale di una fase che vede un consumo come linguaggio chiuso, fatto di oggetti che parlano solo a chi già conosce il codice. Oggetti sempre più piccoli, sempre più costosi, sempre più inutili, in un sistema saturo di simboli e povero di necessità. Il pubblico di riferimento non cerca soluzioni, ma solo ed esclusivamente riconoscimento.
Alla fine, il punto non è scandalizzarsi per il prezzo né divertirsi per l’assurdo. Il punto è osservare il gesto, prendere un oggetto nato per la cura e trasformarlo in segno e peggio in accessorio e inevitabilmente in linguaggio. La moda qui non stupisce, si manifesta raccontandosi per quello che ormai è. Il cerotto nasce per coprire una ferita: qui copre il vuoto di funzione, o forse il vuoto di immaginazione.
Siamo davanti a un trend, o è semplicemente tremend?
Serena Parascandolo
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