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Quando il porno diventa il manuale di istruzioni (che nessuno ha chiesto)

Tra algoritmi che ci conoscono meglio di noi stessi e performance olimpioniche, cosa succede quando la pornografia smette di essere uno degli ingredienti possibili della sessualità e diventa l’unica ricetta possibile? Ti racconto un viaggio tra aspettative gonfiate, corpi impossibili e quella strana sensazione di essere sempre “fuori copione”, ma nel proprio letto.

Dottoressa, ho capito che ho un problema da quando ho iniziato a guardare il mio corpo nudo dall’alto”. Non è una questione mistica, sia chiaro, è più una telecamera immaginaria che riprende dall’angolazione giusta, verificando se il corpo produce le reazioni corrette, i suoni appropriati, i movimenti degni di meritare un like. Un po’ come se l’intimità avesse bisogno di una regia

Lo dico subito e lo dico chiaramente: la pornografia esiste da quando gli esseri umani hanno scoperto di poter disegnare sui muri delle caverne. No, non è lei il nemico. Il punto è cosa accade quando questa narrativa specifica (iper-stimolante, iper-semplificata e iper-performativa) diventa l’unica grammatica sessuale disponibile, soprattutto per chi si affaccia alla sessualità senza altri riferimenti (cara educazione sessuale, se solo ci fossi tu…).

I giovani hanno sviluppato una curiosa combinazione: una conoscenza enciclopedica di tecniche, posizioni e categorie da barra di ricerca, accompagnata da un’ignoranza (quasi commovente) su cosa effettivamente sia il desiderio. I ragazzi sanno cosa dovrebbe eccitarli, cosa dovrebbero fare, come dovrebbero venire… E il problema è proprio quel “dovrebbero”.

I media e il web hanno fatto un salto quantico: non stiamo più parlando della rivista nascosta sotto il materasso e del giornaletto comprato di nascosto in edicola. Oggi la pornografia è personalizzata, immediata e potenzialmente infinita. L’algoritmo impara, suggerisce e anticipa, mostra quello che hai cercato ieri, quello che hai guardato più a lungo, quello che persone simili a te hanno apprezzato. È un sistema perfetto per creare camere dell’eco del desiderio.

Ma ecco il paradosso: più il porno si specializza sui nostri presunti “gusti”, più rischiamo di restringerli: l’eccitazione diventa pavloviana, innescata da stimoli sempre più specifici, e quando ci troviamo in una situazione reale (con un corpo vero, profumi veri e sì, anche imprevisti veri) il sistema va in tilt

Dove sono gli zoom? Dove sono i tagli di montaggio che eliminano i momenti imbarazzanti? Perché questa persona non sa già cosa voglio, come la scena del video che ho visto ieri sera?

La performance è tiranna: la sessualità si è trasformata da esperienza intersoggettiva a performance valutabile. Il sesso è diventato un compito da svolgere secondo standard esterni: lui deve durare abbastanza (ma non troppo), lei deve avere orgasmi evidenti (possibilmente multipli) ed entrambi devono mostrare entusiasmo e appagamento.

Quello che si perde? Il ritmo della relazione specifica, la possibilità di annoiarsi un po’, di ridere di una posizione mal riuscita o di un crampo improvviso, del sentirsi bruttini, di fermarsi perché sì, oggi non va. L’idea che l’eccitazione possa essere lenta, ambigua e contraddittoria, e che un corpo possa essere desiderabile senza sembrare photoshoppato.

Il risultato è un aumento esponenziale delle disfunzioni sessuali nei giovani non per cause organiche, ma per quella l’ansia da aspettativa spropositata. Parliamo di ragazzi che si presentano con difficoltà erettive a vent’anni non perché abbiano problemi vascolari, ma perché il paragone con ciò che vedono sullo schermo è paralizzante. Di ragazze convinte di essere “rotte” o “guaste” perché non rispondono come le attrici dei video.

Parliamo anche dell’elefante nella stanza: la distorsione dell’immagine corporea. Nel porno i corpi seguono standard piuttosto rigidi: l chirurgia estetica è la norma, la depilazione totale un prerequisito, le dimensioni anatomiche seguono una distribuzione statistica… diciamo ottimistica.

Il problema non è quindi morale, è cognitivo: quando questi diventano i corpi di riferimento (quelli visti più spesso in contesti emotivamente carichi) si crea una dissonanza: il proprio corpo, quello del partner, insomma, i corpi reali, diventano “sbagliati” di default. Servono filtri, luci particolari e angolazioni strategiche oppure, anche peggio, non ci si concede proprio di essere visti.

C’è poi una questione che emerge sempre più nelle storie individuali e di coppia: l’abitudine all’eccitazione come esperienza completamente autosufficiente, tramite il controllo totale dello stimolo, nessuna negoziazione e zero vulnerabilità. Tutto perfettamente calibrato sui propri tempi e gusti. Quando però si introduce un’altra persona nel sistema, con i suoi desideri, i suoi tempi e le sue idiosincrasie, l’esperienza può risultare inadeguata. Non perché l’altro sia inadeguato, ma perché richiede quella cosa fastidiosa chiamata sintonizzazione (che sì, è lenta, che si impara, e che chiede di tollerare l’incertezza).

Non voglio chiudere con l’equivalenza “smartphone cattivo” e “libro buono”: la realtà è complessa e la pornografia non può scomparire dalla faccia della terra (né probabilmente dovrebbe). Ma si auspica a un consumo più consapevole e, soprattutto, più curioso verso la nostra sessualità reale.

4 CONSIGLI DA SESSUOLOGA:

  1. Diversifica le fonti. Se tutta la tua educazione sessuale arriva da una sola fonte (per quanto vasta), stai costruendo la tua casa su un terreno molto stretto. Leggi, parla, ascolta ed esplora narrazioni diverse. Esiste la letteratura erotica, l’educazione sessuale seria e le testimonianze reali che non hanno la messa in scena del porno.
  2. Rallenta. Nella sessualità reale, la noia non è sempre un problema da risolvere con stimoli più forti, a volte è proprio lo spazio in cui nasce qualcosa di diverso. Prova a stare in quel momento di sospensione, invece di cercare immediatamente il prossimo picco.
  3. Parla (sì, con la bocca). La comunicazione durante il sesso è ancora vista come poco sexy, ma è molto più sexy del fare cose che nessuno sta gradendo (in silenzio). E no, non serve un monologo esplicativo.
  4. Riprenditi il tuo corpo. Non come oggetto da valutare, ma come strumento di esperienza. Cosa provi realmente? Cosa desideri, al di là di quello che pensi di dover desiderare? È un lavoro lungo, ma decisamente più interessante del perfezionare angolazioni fotogeniche.

Se ti ritrovi a vivere la sessualità più come fonte di ansia che di piacere, se il corpo ti sembra sempre inadeguato, se il sesso reale non ti eccita più come quello sullo schermo, non sei “guasto”, sei semplicemente incastrato in una narrazione troppo stretta.

Ma le narrazioni, per fortuna, si possono riscrivere, magari partendo dal chiedersi: cosa voglio, io, davvero? Non cosa dovrei volere, non cosa funziona nel video e di certo non cosa piacerebbe ad un ipotetico pubblico. Può sembrare semplice, ma garantisco che è una delle domande più rivoluzionarie che possiate farvi.

Elisabetta Carbone
Rubrica Sex Talk

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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