Nomen omen: il tuo nome ti condanna… o ti salva?

Un dentista che si chiama Dottor Molari, un avvocato penalista il cui cognome è Assolti, un personal trainer di nome Forte… Coincidenze? Forse. O forse il destino ha un senso dell’umorismo particolarmente sviluppato.
Gli antichi romani lo sapevano bene: nomen omen, il nome è un presagio. Ma quanto c’è di vero in questa antica credenza? E soprattutto, se ti chiami Allegri sei davvero condannato a una vita di risate, mentre un povero Tristani dovrà portare il peso della malinconia per sempre?
LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA (CON TANTO DI CERTIFICATO ANAGRAFICO)
La psicologia ha un termine elegante per questo fenomeno: determinismo nominativo (che suona meglio di “effetto del nome”, ma la sostanza è la stessa). Alcuni studi suggeriscono che il nostro nome possa effettivamente influenzare le scelte di vita… ovviamente non in modo magico, sia chiaro, ma attraverso un meccanismo subdolo (e affascinante).
Immaginate di chiamarvi Dennis o Denise. Secondo una ricerca che ha fatto discutere, avreste una probabilità statisticamente maggiore di diventare dentisti. Chi si chiama Laura potrebbe propendere per la laurea in legge. Assurdo? Forse. Ma il nostro cervello ama i pattern, le coincidenze, le assonanze. E in un mondo dove dobbiamo prendere mille decisioni al giorno, anche l’eco inconscia del proprio nome potrebbe fare la differenza.
Poi c’è l’aspetto sociale. Se ti presenti come Vittorio Vincente, proietti un’aura di successo. Se invece il tuo cognome è Perdenti… beh, tanti auguri ai colloqui di lavoro. Uno studio ha dimostrato che i curriculum con nomi che “suonano bene” ricevono più risposte. Non è giusto, non è politicamente corretto… ma è profondamente umano.
E che dire dell’effetto alone? Una Serena verrà percepita come più tranquilla, un Rocco come più “tosto” (qui le battute si sprecano). Prima ancora di aprire bocca, il nostro nome ha già raccontato una storia su di noi. Una storia che non abbiamo scelto, ma che i nostri genitori hanno scritto in preda a chissà quale ispirazione (o follia temporanea!).
LA RIBELLIONE DEI NOMI: QUANDO DECIDI DI NON ESSERE QUELLO CHE C’È SCRITTO SULLA CARTA D’IDENTITÀ
Ma ecco la buona notizia: non siamo condannati. La storia è piena di persone che hanno contraddetto clamorosamente il proprio nome. Conoscete Modest Mussorgsky? Modesto un corno! Era un genio musicale con un ego abbastanza sviluppato. E che dire di tutti gli Innocenti che hanno passato la vita a combinarne di tutti i colori?
Il determinismo nominativo funziona solo se glielo permettiamo. È come un suggerimento sussurrato e non come un ordine militare. Possiamo assecondarlo, ignorarlo o addirittura sfidarlo apertamente. Dopotutto, la personalità si costruisce con ben altro: esperienze, relazioni, traumi e scelte consapevoli.
E SE POTESSIMO SCEGLIERE?
Alcuni lo fanno: cambiano nome legalmente, ideano pseudonimi o si reinventano completamente. È fuga o liberazione? Probabilmente entrambe. C’è chi si libera di un nome ingombrante, ereditato da un nonno tiranno, chi cerca una nuova identità dopo un cambiamento radicale di vita o chi semplicemente non si è mai sentito Alessandro ma piuttosto Alex.
In fondo, forse la vera domanda non è se il nome ci condizioni, ma quanto potere vogliamo dargli. Possiamo usarlo come scusa (“sono irascibile, mi chiamo Furio, cosa pretendi?”) o come punto di partenza per costruire qualcosa di unico.
IL VERDETTO
Quindi, nomen omen? Sì e no.
Il nome può influenzarci, aprire o chiudere porte, creare aspettative. Ma tra il nome che portiamo e la persona che diventiamo c’è un intero universo di scelte, casualità e libero arbitrio.
Se vi chiamate Felice ma siete cronicamente imbronciati, pazienza. Se siete una Dolores ma portate gioia ovunque, meglio ancora. Il nome è l’apertura del romanzo della nostra vita, non la trama e, per fortuna, il finale lo scriviamo noi.
Anche se, devo ammetterlo, se dovessi scegliere un neurochirurgo, tra il Dottor Mani d’Oro e il Dottor Tremante… beh, qualche pregiudizio mi rimarrebbe!
Elisabetta Carbone
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