Milano Fashion Week Uomo 2026: tra chi trasforma la crisi in stile e chi, finalmente, si fa delle domande

Quando tutto è impeccabile, di solito è perché nessuno sta rischiando.
E infatti le cose vive succedono fuori dal copione
Mentre il calendario ufficiale della Milano Fashion Week Uomo continua a scorrere secondo il copione, dominato dai grandi nomi e dalle certezze già confezionate, la partita più interessante di gennaio 2026 si gioca altrove. Lontano dalle passerelle istituzionali e fuori dalla liturgia del calendario, in quegli spazi che il sistema continua a chiamare “off” per non impegnarsi davvero a prenderli sul serio. È lì che la domanda — ormai stanca — “cosa va di moda?” viene finalmente spostata su un piano più scomodo e attuale: perché un abito esiste? Che tipo di corpo immagina? Che rapporto reale è in grado di intrattenere con il presente?
Fondazione Sozzani è uno di questi luoghi
Non ha alcuna intenzione di diventare una vetrina alternativa, ma sta assumendo sempre più la funzione di zona di attrito. Qui non si sfila per piacere, per vendere o per ricevere i soliti grattini di approvazione, qui chi espone lo fa per prendere posizione. Il caso più evidente è Simon Cracker. Abituato alle collaborazioni, questa volta sceglie di lavorare con Lineapelle sui materiali di deadstock. Dimentichiamo i paroloni tipo “sustanability” e affini, la collezione non sta nobilitando lo scarto né costruendo l’ennesima narrazione edificante sul concetto di sostenibilità — quella la lasciamo volentieri alle brochure patinate delle grandi strutture di moda, sempre più inaccessibili e sempre meno credibili.
Qui lo scarto viene messo al centro e, di conseguenza, il capo non è il prodotto finito, ma il punto di partenza, o meglio, il punto di frizione. Il tailoring destrutturato che Simon Cracker porta in scena — definito con troppa leggerezza “punk gentile” — lavora in realtà su un piano più profondo, mettendo sotto stress l’idea di sartorialità che da troppo tempo funziona come linguaggio di controllo. Le giacche non vogliono disciplinare il corpo e gli accessori — unici, non replicabili — dichiarano apertamente la loro origine. Qui non si fa sostenibilità da tavoli manageriali, si rende visibile ciò che il sistema normalmente nasconde.
L’eccesso strutturale, la sovrapproduzione, l’illusione ormai sbiadita di una novità continua. Perché Simon Cracker fa parlare lo scarto senza bavaglio e senza la pretesa di aggiustarlo. Ed è una differenza enorme, perché la moda, qui, non promette nulla, mostra il presente per quello che è e costringe a farci i conti. C’è poi un aspetto cruciale, profondamente politico, l’idea di una collezione che non si chiude su sé stessa. Il suo progetto è pensato come un discorso che continua nelle presentazioni successive, rifiutando la sfilata come evento isolato e autosufficiente, è un gesto che va contro il tempo della Fashion Week e contro la sua logica di consumo rapido. Ed è scomodo, certo, perché si scontra con un sistema che chiede ai brand emergenti l’impossibile — essere subito riconoscibili, subito leggibili, subito ben posizionati. La zia so tutto io che ti sistema il colletto prima di andare a scuola, per capirci. Simon Cracker non si sistema e non sistema nulla. Punk? Certo. Ma qui il punk è metodo autentico, non estetica. Ed è proprio questo metodo — troppe volte snaturato — a dimostrare che la moda è ancora perfettamente in grado di pensare, se incontra qualcuno disposto ad ascoltarla.
Il nodo cruciale della Milano Fashion Week Uomo, infatti, non è la mancanza di qualità ma la mancanza di necessità. Un calendario affollato dove i grandi brand sfilano come si timbra un cartellino. Presenza garantita e rumors prima e dopo, classici ripassoni copia e incolla sulle grandi riviste, rischio minimo, solito “archivio rivisitato” il tutto per un risultato ampiamente prevedibile. Le collezioni sono spesso irreprensibili, funzionano nell’immediato, ma non lasciano traccia. La Fashion Week è diventata una sequenza di esercizi di stile diplomatici, che non litigano mai con il presente. E quando provano a farlo, si controllano, si mettono in sicurezza. Persino la trasgressione arriva spiegata, pronta all’uso. Nessuno litiga, tutto è perfettamente studiato a tavolino, con le solite frasi da cornice di foto di famiglia — solo che la famiglia è fin troppo disfunzionale.
In questo scenario, il caso Prada è una nota stonata, e meno male. Oggi le note stonate sono le uniche che servono. Prada non è fuori dal sistema, sia chiaro, ma almeno ha avuto la decenza di dichiarare apertamente il dubbio. Le parole di Miuccia Prada non sono slogan da backstage, stanno parlando di un tempo attraversato da contraddizioni profonde, da pulsioni autoritarie e da un disagio forte che non può più essere neutralizzato con l’eleganza o messo sotto il tappeto. È una dichiarazione che pesa, la sua, perché smonta l’alibi più comodo della moda: fingere che il contesto non la riguardi. Prada non si sta allineando ideologicamente per opportunismo. Ha preso atto che le crepe sono evidenti, che l’acqua entra, e che forse è arrivato il momento di togliersi di dosso una certa spocchia che con la moda ha poco a che fare, ma che per anni ne ha dominato il linguaggio. Molti grandi brand continuano e continueranno a sfilare come se nulla fosse, confermando identità già certificate, Prada ha scelto di fare una cosa più rischiosa: ammettere di non sapere. Ammette che la moda non ha risposte pronte, che il presente è opaco, che l’atto di vestire non può più limitarsi a produrre immagini rassicuranti. Lo storytelling fatto di artigianato e archivio, di fronte ai disastri attuali dentro e fuori il sistema moda, comincia ad assomigliare sempre più a un meme con bestemmia.
Questo non è un momento da belle collezioni, è un momento da nervi scoperti. La moda che funziona oggi è quella che accetta di essere instabile, irrisolta, perfino sgradevole — non per urlare anticonformismo, ma perché è l’unico modo onesto di avvicinarsi alla realtà. Tutto il resto — perfezione, coerenza, eleganza sterilizzata — è musica d’ascensore mentre fuori brucia tutto. E così il cerchio si chiude: da una parte progetti come Simon Cracker, che mettono in crisi la materia e il processo, dall’altra Prada, che mette in crisi il senso stesso del fare moda oggi. In mezzo, un calendario che vuole brillare a ogni costo pieno di diamanti in vetrina che, da vicino sono al massimo dei glitter.
Serena Parascandolo
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