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Le pietre drago dell’Armenia: i megaliti che emergono dalle montagne

Tra sorgenti sacre e pascoli ad alta quota emergono dal paesaggio le “pietre drago”, megaliti simbolo dell’Armenia dell’età del bronzo. 

Nella terra dove anche le montagne sembrano pregare e il tempo ha imparato a rallentare, tra il cielo e le rocce, tra le ferite della storia e una bellezza quasi mitologica, ancora oggi è possibile osservare dei megaliti.

L’Armenia non è solo monasteri arroccati o valli remote: è anche pietre drago, in armeno vishapakar

Le pietre drago, così chiamate perché legate al culto dell’acqua, sono stele di pietra basaltica alte in genere dai 2 ai 5 m; la loro collocazione temporale è da circoscriversi tra il III e il II millennio a.C., in un periodo storico dove le popolazioni erano già organizzate e culturalmente elevate. 

Le pietre drago e i culti naturalistici

Le vishapakar e la loro posizione seguiva una logica rituale precisa: erano collocate vicino a sorgenti d’acqua o nei pressi di laghi e bacini d’alta quota o in pascoli montani usati dalle comunità pastorali. Secondo l’interpretazione maggiormente condivisa dagli archeologi, le pietre drago sono dei monumenti rituali legati al culto dell’acqua. Tale considerazione è sostenuta in particolar modo dalla presenza di decorazioni scolpite, dove sono rappresentati pesci, serpenti e onde. Con queste strutture, gli uomini sacralizzavano le sorgenti d’acqua, indispensabili per la sopravvivenza soprattutto a determinate alture, e celebravano la natura.

Alcune delle pietre drago

Nonostante in tutto il mondo siano presenti tipologia di megaliti più o meno similari, vedesi i moai dell’isola di Pasqua, la concentrazione di pietre drago in Armenia è davvero notevole: ne sono state identificate centinaia, in concentrazione maggiore nelle regioni montane.

I siti più noti sono sul Monte Aragats a 3500 m di altitudine, sui Monti Geghama, nell’Area del lago Sevan e nella Regione di Vayots Dzor. 

Questi esempi mostrano come le pietre drago non fossero monumenti isolati, ma parte di una rete sacra diffusa. Sia essa legata all’acqua, alla montagna o alla sopravvivenza delle comunità, al momento non ci è dato saperlo con sicurezza. Quel che sappiamo è che contrariamente all’uomo moderno in passato vi era molto più rispetto nei confronti della natura e di tutto ciò che essa ci dona.

Per approfondire.

Antonietta Della Femina

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Antonietta Della Femina

Classe ’95; laureata in scienze giuridiche, è giornalista pubblicista. Ha imparato prima a leggere e scrivere e poi a parlare. Alcuni i riconoscimenti e le pubblicazioni, anche internazionali. Ripete a sé e al mondo: “meglio un uccello libero, che un re prigioniero”. L’arte è la sua fuga dal mondo.
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