Le parolacce fanno bene (e la scienza ci dà il permesso di mandare tutti affanc*lo)

C’è un momento preciso nella vita di ognuno di noi in cui realizziamo che forse, dopotutto, nostra nonna aveva torto. Non su tutto, per carità (le sue lasagne restano imbattute) ma sicuramente su quella storia che “le parolacce sono da cafoni” e “una persona educata non parla così”.
Perché la scienza, quella che ci ha dato gli antibiotici e gli smartphone, ha deciso di schierarsi dalla parte dei maleducati. E noi, finalmente, possiamo smettere di sentirci in colpa.
QUANDO IL MIGNOLO INCONTRA LO SPIGOLO
Partiamo da un fatto: bestemmiare contro l’angolo del comodino dopo averci sbattuto il mignolo del piede alle 3 di notte non è un segno di debolezza morale. È terapia, nel senso letterale del termine. Funziona davvero: pronunciare parolacce in situazioni di dolore fisico aumenta la nostra capacità di sopportarlo. Non di poco, eh, parliamo di resistere anche il doppio del tempo rispetto a quando ci tratteniamo e facciamo i bravi.
Il meccanismo è tanto semplice quanto geniale: quando urliamo “porco demonio”, il cervello attiva una risposta emotiva che rilascia i nostri antidolorifici naturali. È come premere un pulsante di emergenza che dice “situazione critica, invia rinforzi!”. L’adrenalina sale, il battito accelera e improvvisamente quel dolore lancinante diventa… gestibile. Non scompare, certo, ma diventa più tollerabile.
È il nostro corpo che ci dà una pacca sulla spalla e ci dice: “Vai, sfogati… Ti capisco”.
IL PROBLEMA DELL’ASSUEFAZIONE
Ma come in ogni storia che si rispetti, c’è un colpo di scena. Perché questo miracoloso effetto antidolorifico funziona principalmente per chi impreca raramente. Se sei uno di quelli che punteggiano ogni frase con un “cazzo” ben piazzato, mi dispiace deluderti: il tuo cervello si è assuefatto (come quando bevi troppi caffè e non ti fanno più effetto).
Le parolacce sono il peperoncino della comunicazione: una spolverata qua e là vivacizza il discorso e, quando serve, ti salva la giornata, ma se ci condisci tutto, alla fine non senti più niente. Il segreto sta nel dosaggio: chi le usa con parsimonia ne mantiene intatto il potere catartico… quando finalmente scappa la parolaccia, quella conta davvero (è un po’ come avere una carta jolly: funziona solo se non la sprechi ogni due secondi).
L’EFFETTO AUTENTICITÀ
E poi c’è una cosa curiosa che in pochi si aspetterebbero: le persone che imprecano (con moderazione, s’intende) vengono percepite come più sincere. Più autentiche. Più… vere. Pensateci: in un mondo dove tutti filtrano tutto (le foto, le parole, le emozioni, le relazioni…) chi lascia scappare un “ma vaffanculo” al momento giusto trasmette un senso di genuinità disarmante.
Non sto dicendo che tutti i “santi” siano bugiardi, per carità, m c’è qualcosa di rassicurante in una persona che non passa ogni singola parola attraverso 3 livelli di autocensura. Se non filtrano il linguaggio per renderlo più carino e presentabile, probabilmente non filtrano nemmeno le opinioni, no? E in un’epoca di personal branding compulsivo, questa è quasi una boccata d’aria fresca.
Quando il collega sempre impostato, quello che in riunione annuisce educatamente anche quando il capo dice la sua ennesima idiozia, improvvisamente sbotta con un “ma che cazzo dici?”, ecco, in quel momento diventa improvvisamente umano, reale, uno di noi.
IL COLLANTE SOCIALE CHE NON TI ASPETTI
Le parolacce sono anche un collante sociale sottovalutato: imprecare crea complicità. Quando due persone possono imprecare insieme davanti a una situazione assurda, si crea un legame. È come dire “ok, possiamo toglierci la maschera”. Non serve più fingere che tutto vada bene, che siamo tutti sempre professionali e controllati.
Gli psicologi la chiamano “catarsi verbale”, che suona molto meglio di “sfogarsi come dei pazzi”, ma il concetto è quello: meglio fuori che dentro. Trattenere rabbia, frustrazione e irritazione non fa bene a nessuno. Anzi, spesso peggiora le cose. Uno sfogo linguistico ben calibrato può essere la valvola di sicurezza che impedisce esplosioni molto più dannose. Ovvio, non sto dicendo di trasformare il pranzo di Natale (magari con i suoceri) in una gara di turpiloquio. Ma tra il reprimere tutto e il dare di matto, c’è una via di mezzo sana, e quella via di mezzo spesso include qualche parolaccia strategica.
L’ITALIANO, LINGUA DI POETI E… BESTEMMIATORI
E poi, diciamocelo: l’italiano in questo è una lingua meravigliosa. Possiamo costruire architetture verbali di rara complessità e concatenare imprecazioni con una creatività che farebbe invidia a un compositore. Le parolacce italiane sono un patrimonio culturale vero e proprio, con varianti regionali che raccontano storie, tradizioni, culture e sfumature di rabbia diverse.Un romano non impreca come un milanese, un napoletano ha un repertorio che il torinese si sogna… e questa biodiversità linguistica va celebrata, non repressa. È parte della nostra identità.
QUANDO FUNZIONA (E QUANDO NO)
C’è anche chi ha scoperto che bestemmiare durante l’esercizio fisico può aiutare nelle performance. Niente di magico: semplicemente, se il disagio diventa più tollerabile, puoi spingerti un po’ oltre. Quella rampa in salita che ti sta distruggendo le gambe? Prova ad accompagnarla con qualche imprecazione ben scelta. Magari arrivi in cima.
Ma attenzione: funziona per sforzi brevi e intensi. Non aspettarti che bestemmiare per 10 chilometri ti trasformi in un maratoneta: anche qui, è questione di momento giusto e dosaggio appropriato.
LA MORALE (SE PROPRIO DEVO TROVARNE UNA)
Quindi, ricapitoliamo: le parolacce fanno bene se usate con criterio, aiutano a sopportare il dolore, rendono più autentici, creano legami sociali e permettono di sfogare tensioni in modo relativamente innocuo. Ma solo se non ne abusiamo. Solo se le teniamo come asso nella manica per i momenti che contano davvero.
La perfezione linguistica costante è innaturale, forse persino pericolosa. Reprimere ogni emozione negativa non è civiltà, è rigidità. E la rigidità, prima o poi, si spezza. Un “ma vaffanculo!” al momento giusto può salvare la giornata (forse, anche la salute mentale).
La prossima volta che ti scappa un’imprecazione, non sentirti in colpa: stai praticando una forma antica di terapia verbale, stai rilasciando tensione e in qualche modo ti stai prendendo cura di te stesso.
D’altronde, come diceva… beh, non importa chi lo diceva. L’importante è che funzioni. E questa, cazzo, è scienza.
Elisabetta Carbone
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