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Il sollievo di chiudere la porta di casa

C’è un gesto che facciamo ogni giorno, quasi senza pensarci, milioni di volte, per tutta la vita. Giriamo la chiave, ruotiamo la maniglia ed entriamo. Poi, con naturalezza, chiudiamo. Il “clic” della porta che si richiude dietro di noi è uno dei suoni più sottovalutati della nostra esistenza. Eppure, per molti di noi, racchiude un intero universo di significati: è il confine tra fuori e dentro, tra dovere ed essere, tra rumore e silenzio.

Tornare a casa dovrebbe essere un sollievo universale. Dovrebbe. Ma la verità è più complessa, più sfumata e, a volte, può essere anche dolorosa. Perché non tutte le case proteggono allo stesso modo, e non tutte le porte chiudono fuori le stesse cose.

LA PORTA DI CASA È UN PRIVILEGIO 

Quando parlo di casa mia, mi sembra di parlare di un rifugio. E quando parlo di casa come rifugio, parlo innanzitutto di un privilegio. Il privilegio di avere quattro mura più o meno decorate di quadri e fotografie impolverate che ci appartengono (o che almeno possiamo chiamare nostri per un certo tempo). Il privilegio di poter decidere chi far entrare e chi lasciare fuori. Il privilegio del silenzio scelto, della solitudine volontaria e di quel sacro spazio personale inviolato.

Per chi ha questo privilegio, chiudere la porta di casa propria significa molto, quasi tutto. Significa togliersi la maschera sociale che abbiamo indossato tutto il giorno, quella versione leggermente più composta, più gentile, più paziente di noi stessi che mostriamo al mondo. Dietro quella porta, finalmente, possiamo permetterci di essere stanchi, di essere irritabili e di essere umani senza filtri.

È il momento in cui le scarpe vengono lanciate via dai piedi, il reggiseno vola sul divano, in cui la postura si rilassa, in cui il viso assume espressioni che non useremmo mai in pubblico. È il lusso di non dover più performare, nemmeno la versione “base” della socialità. Possiamo mangiare in piedi davanti al frigo, guardare cose stupide sul telefono senza giustificarci e anche parlare da soli, se ne abbiamo voglia.

Ma cosa lasciamo fuori, esattamente, quando chiudiamo quella porta?

Per alcuni è il caos della città: il traffico, le voci sovrapposte, la folla che ti urta senza scusarsi, l’inquinamento visivo che aggredisce continuamente i sensi. Per altri è il peso delle aspettative: quelle del capo, dei colleghi, dei clienti o di chiunque si aspetti qualcosa da noi. Per altri ancora è la performance costante richiesta dal vivere in società: essere cordiali con estranei, rispettare code e convenzioni, modulare il tono di voce, controllare le reazioni…

Chiudere la porta è anche chiudere fuori le notizie, almeno per un po’. Il mondo con i suoi drammi e le sue urgenze può aspettare, le mail possono rimanere senza risposta, l’opinione che dovremmo avere su tutto può formarsi domani. Dietro quella porta, per un momento, possiamo permetterci di non sapere, di non reagire e finalmente di non avere una posizione su ogni cosa.

Per chi vive da solo, quel gesto può significare anche lasciare fuori la solitudine imposta dal mondo esterno, quella in mezzo alla folla dove ti senti più isolato che mai. Il paradosso è che spesso ci sentiamo meno soli quando siamo effettivamente soli, nei nostri spazi, con le nostre cose, circondati da oggetti che abbiamo scelto e che raccontano chi siamo. Quando siamo “a casa”. 

QUANDO LA CASA NON PROTEGGE

Ma poi ci sono anche le case che non sono rifugi, quelle dove chiudere la porta non significa lasciare fuori il dolore, perché il dolore è dentro. Case dove il pericolo non viene da fuori ma abita già lì, a volte dorme nello stesso letto, mangia allo stesso tavolo e si lava i denti nello stesso lavandino. Case dove i muri sono troppo sottili e i vicini troppo vicini, dove la privacy è un concetto teorico e ogni conversazione, ogni litigio, ogni momento di fragilità, diventa spettacolo involontario per orecchie estranee. Orecchie acute e curiose. 

Ci sono case che sono troppo piccole per contenere la vita di chi ci abita. Famiglie compresse in monolocali dove non esiste un angolo per stare da soli, dove il conflitto è inevitabile perché lo spazio fisico si traduce direttamente in spazio mentale ed emotivo. Dove chiudere la porta significa semplicemente chiudersi dentro un altro tipo di prigionia. Casa come Guantanamo, fuori casa come Alcatraz. 

E poi ci sono le case che sono rifugi precari, sempre sull’orlo di non esserlo più. Case in affitto dove l’aumento improvviso del canone è una spada di Damocle costante. Case occupate, dove ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Case di fortuna dove il tetto, il cartone o la tenda che ti ripara oggi potrebbe non esserci domani. Per chi vive questa precarietà, il sollievo di chiudere la porta è sempre mescolato all’ansia di non sapere per quanto tempo quella porta sarà ancora la propria.

IL CONFINE INVISIBILE

La porta di casa è un confine, forse il più importante che tracciamo nella nostra vita quotidiana. È il limite tra pubblico e privato, tra sociale e personale e tra il mondo esteriore e quello interiore. Ma, come tutti i confini, può essere tanto protettivo quanto limitante.

Per alcuni, quella porta diventa una tentazione troppo forte. Un rifugio che si trasforma in bunker, un sollievo che si fa dipendenza. È facile, soprattutto in certi periodi della vita o in certe condizioni, lasciarsi sedurre dall’idea di non uscire più. Di ordinare tutto online, di lavorare da casa, di socializzare solo attraverso schermi, di giocare online, di chattare, di iscriversi a webinar e di smettere di uscire. La porta chiusa diventa allora non più un momento di tregua ma una barriera permanente, un modo per evitare il mondo invece che per ricaricarsi prima di rientrarci.

È un equilibrio delicato. Abbiamo bisogno del rifugio, ma abbiamo anche bisogno del mondo, abbiamo bisogno di chiudere la porta, ma dobbiamo anche ricordarci di riaprirla. 

Il sollievo del dentro ha senso solo in relazione all’esperienza del fuori. Sono due metà di una stessa necessità.

LO SPAZIO DELL’INTIMITÀ

Forse quello che cerchiamo davvero, quando chiudiamo quella porta, è la possibilità dell’intimità. Non necessariamente con qualcun altro, ma innanzitutto con noi stessi. L’intimità è vulnerabilità senza paura, è la libertà di essere incoerenti, confusi e anche contraddittori. È il permesso di sentire quello che sentiamo senza doverlo giustificare o razionalizzare.

In casa possiamo piangere per ragioni stupide e ridere da soli delle nostre battute. Possiamo cantare stonati, ballare goffamente, parlare ai nostri cani o alle piante come se fossero nostri confidenti. Possiamo indossare quella maglietta macchiata e logora che amiamo ma che non metteremmo mai fuori. Possiamo mangiare direttamente dalla pentola, bere dalla bottiglia e addormentarci sul divano in posizioni improbabili.

Sono gesti banali, forse, ma sono i gesti di chi si sente al sicuro. Di chi ha trovato, almeno in quello spazio limitato, un luogo dove non deve difendersi, spiegarsi e giustificarsi. Di chi ha smesso, per un attimo, di performare. 

In fondo, il sollievo di chiudere la porta è un lusso ordinario, uno di quei lussi che diamo per scontati finché non ci mancano, come l’acqua calda, il silenzio, la possibilità di stare un’ora senza che nessuno ci chieda niente… Un vero lusso

Non è una cosa da poco. In un mondo che ci vuole sempre connessi, sempre disponibili, sempre produttivi e sempre performanti, avere un luogo dove possiamo disconnetterci, essere indisponibili, essere inutili e oziare è una forma di resistenza. È rivendicare il diritto a non essere sempre “on”, a non dover sempre rispondere, performare e produrre per la macchina sociale. 

Quel “clic” della porta che si chiude è il suono della pausa

È dire “ok, adesso basta” al mondo, almeno per qualche ora. È un confine che tracciamo e che, almeno in teoria, dovrebbe essere rispettato. Dietro quella porta, per un momento, non siamo impiegati, genitori, figli, cittadini, consumatori, siamo solo noi, nella versione più cruda e meno editata di noi stessi.

LA RESPONSABILITÀ DEL RIFUGIO

Ma forse, proprio perché è un privilegio e un lusso così importante, dovremmo anche interrogarci su chi ne è escluso. Su chi non ha una porta da chiudere, o ce l’ha ma non gli offre protezione, su chi vive in spazi che non sceglie, con persone che non vuole, in condizioni che non dovrebbe accettare.

Il sollievo della casa come rifugio non dovrebbe essere un lusso per pochi, ma dovrebbe essere un diritto, una delle basi civili su cui costruire una vita dignitosa. Eppure sappiamo che non è così, sappiamo che ci sono persone per cui “tornare a casa” è una frase priva di significato, o peggio, è associata a pericolo invece che a sicurezza.

Forse, ogni volta che chiudiamo la nostra porta con sollievo, dovremmo ricordarci di questo, non per sentirci in colpa del nostro privilegio, ma per non dimenticare che quel sollievo che sperimentiamo non è universale.

E che una società davvero civile si misura anche da questo: da quante persone possono chiudere una porta dietro di sé e sentirsi finalmente al sicuro.

Elisabetta Carbone

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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