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Il legame indissolubile tra arte e morte

Da secoli l’arte e la morte intrattengono un dialogo profondo. Ogni epoca annovera artisti che si sono cimentati nell’impresa di fissare permanentemente l’inevitabilità della vita: la fine. Eppure, ogni qualvolta qualcuno ci si avvicina qualcosa sembra sempre sfuggire. 

Il legame tra arte e morte ha attraversato popoli e generazioni adattandosi alle varie epoche in modi affascinanti.

Ma cosa spinge gli artisti a scegliere come tema proprio la mortalità? 

In questo articolo scopriremo come si è evoluto il modo di rappresentare la morte e i temi più rilevanti utilizzati nei secoli.

La morte come passaggio

La morte ha profondamente affascinato l’essere umano fin dall’antichità. 

Nelle civiltà antiche, l’arte funeraria non era semplice decorazione, ma svolgeva una funzione indispensabile

Gli antichi egizi vedevano la morte non come la fine, ma come un passaggio verso una vita ultraterrena, investendo gran parte della propria esistenza a comporre opere per prepararsi a questo viaggio. 

Le maschere funerarie, i sarcofagi istoriati, le piramidi, dimostrano come l’arte fosse considerata uno strumento utile per accompagnare l’imperatore in questo passaggio.

Con il tempo il mistero della morte non ha smesso di esercitare il suo fascino sulle persone. Diversi sono stati gli artisti che hanno provato ad ancorarla alla propria tela, dando vita a delle tendenze rappresentative che hanno profondamente influenzato la percezione che le persone hanno di essa. 

Come veniva rappresentata la morte? 

La rappresentazione della morte nell’arte ha attraversato delle trasformazioni profonde nei secoli che rispecchiano l’evoluzione del pensiero umano per quanto riguarda il mistero dell’esistenza.

Lo scheletro è, nell’immaginario collettivo, simbolo principe della morte: le danze macabre rappresentate sulle pareti delle chiese ne sono un esempio. 

Gli affreschi mostrano scheletri che trascinano via persone indipendentemente dal ceto sociale, volti a dimostrare l’uguaglianza di tutti di fronte alla morte.

In seguito si è cercato – con il cristianesimo – di rappresentarla come una donna comune che impugnava, di volta in volta, un arco con le frecce oppure una falce. 

Successivamente la personificazione della morte viene accentuata: la figura della “donna in nero” resiste ma assume un carattere più emotivo e personale.

Come si è evoluto il modo di rappresentare la morte?

Il romanticismo ci dona rappresentazioni di campi di battaglia, paesaggi cimiteriali avvolti nella nebbia e colori fumosi e malinconici. 

Un esempio affascinante è l’opera di Il’ja Efimovic Repin Ivan il terribile e suo figlio Ivan del 1885. 

La tela ritrae lo zar russo stringere tra le braccia il figlio esanime al quale lui stesso ha tolto la vita: un istante di lucidità nella mente annebbiata di un folle.

Il Novecento portò fotografie di guerra, corpi dilaniati, installazioni con resti umani o animali, fino alle provocazioni contemporanee dove la morte diventa performance e video-arte.

Memento mori: il leitmotiv che attraversa i secoli

Una delle esplorazioni della morte più iconiche all’interno dell’arte è stato il memento mori: un reminder che prima o poi chiunque è destinato a morire. 

Nell’epoca vittoriana la morte era una presenza costante a causa dell’alto tasso di mortalità. Questo rapporto intimo si rispecchia nelle opere d’arte dell’epoca. 

Un’opera emblematica è Gli ambasciatori di Hans Holbein che ritrae due ricchi mercanti circondati dalle proprie ricchezze. 

Il ritratto sembra inequivocabile ma appena lo spettatore cambia angolazione è possibile intravedere dei teschi, volti a ricordare la fugacità della vita umana.

Nella contemporaneità l’elemento del memento mori è ancora presente nonostante alcune sue trasformazioni interessanti grazie all’utilizzo di installazioni, performance e arte visiva. 

Un artista che ha fatto suo questo tema è Damien Hirst, celebre per le sue opere che indagano la caducità della vita. 

Il teschio tempestato di diamanti (For the love of god, 2007) del suddetto autore è l’esempio perfetto: un’indagine del memento mori tradizionale, un’opera che interroga il consumismo e la fragilità umana.

Il rapporto tra l’arte e la morte è destinato a continuare il suo percorso. Dal confronto tra i maestri del passato e artisti contemporanei nasceranno inevitabilmente nuove forme di rappresentazione. Eppure, è interessante notare come tutti questi artisti abbiano avuto un’intuizione simile: se fissi la morte abbastanza a lungo smette di spaventarti ma riesce persino a ispirarti. 

Ilenia Carratù

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Ilenia Carratù

Ilenia, classe 1998. Laureata in Lingue e Culture Comparate, è sempre stata attratta più dalle storie che dalle opinioni altrui. Appassionata di letteratura anglosassone e russa cerca, tra parole e silenzi, quel tipo di verità che solo quest’ambito sa suggerire. Oltre alla lettura, ama il cinema, la musica e il mondo esoterico.
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