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Femminismi e libertà nell’Iran che resiste

Negli ultimi giorni, un breve video ha iniziato a circolare sui social iraniani e internazionali. Un video apparentemente semplice, che mostra una ragazza appiccare fuoco all’immagine della Guida Suprema Ali Khamenei e utilizzare quella stessa fiamma per accendersi una sigaretta.

La scena dura pochi secondi, non contiene parole né chissà che slogan, eppure è bastata a generare imitazioni, repliche e rilanci. Lo stesso gesto, compiuto da altre donne in diversi luoghi dell’Iran.

È un atto che colpisce per la sua essenzialità e concretezza, ma soprattutto per la sua pericolosità, perché mostra una violazione esplicita di norme politiche e sociali rigidamente sorvegliate. In Iran, distruggere o oltraggiare l’immagine della Guida Suprema è un reato grave. Allo stesso tempo, il corpo femminile è sottoposto a un controllo costante che riguarda abbigliamento, comportamento e visibilità pubblica. Fumare, per una donna, non è un gesto banale o scontato, rappresenta un’azione stigmatizzata e spesso punita. Mettere insieme questi due elementi e mostrarli in un video, significa rifiutare simultaneamente l’autorità dello Stato e l’ordine morale che disciplina la vita quotidiana.

Molte persone hanno letto queste immagini come un’eco diretta del movimento Donna, Vita, Libertà, nato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. Il legame esiste ed è comprensibile, perché entrambe le forme di protesta mettono al centro l’autodeterminazione femminile e la contestazione di un potere che esercita il proprio controllo attraverso i corpi. Tuttavia, ridurre ciò che accade oggi a una semplice prosecuzione di quella mobilitazione rischia di appiattire la complessità del presente. Questi gesti non costituiscono un movimento organizzato né una campagna strutturata. Sono atti individuali che si moltiplicano proprio perché non si lasciano facilmente incasellare, agendo sul piano simbolico, ma non in modo astratto o immaginario, parlano una lingua profondamente situata, radicata proprio nel contesto in cui nascono. Ed è proprio qui che emerge un punto decisivo per chi, come noi, osserva dall’esterno. 

Lo sguardo occidentale tende spesso a interpretare la protesta iraniana attraverso opposizioni semplificate e per noi vagamente familiari: repressione contro libertà, tradizione contro modernità, Oriente contro Occidente. È una griglia interpretativa rassicurante, perché consente di collocare la lotta delle donne iraniane dentro un racconto già noto, ordinato e leggibile. Ma è anche una griglia che rischia di deformare il senso di ciò che sta accadendo, trasformando una pratica di resistenza locale in una proiezione dei nostri desideri politici e culturali. Le donne iraniane non stanno chiedendo di adottare modelli esterni né di uniformarsi a un’idea di emancipazione definita altrove. Stanno negoziando, giorno per giorno, cosa significhi libertà all’interno di una società attraversata da vincoli specifici, contraddizioni interne e forme di repressione stratificate. E in questo processo non esiste un’unica traiettoria possibile, né una destinazione obbligata. In quei contesti alcune donne rifiutano il velo, altre lo rivendicano come scelta personale. Alcune utilizzano gesti pubblici e visibili come forma di dissenso, altre resistono in modo meno esposto, più silenzioso, meno leggibile dall’esterno. Questa pluralità non è una fragilità del movimento, ma la sua condizione stessa di esistenza. 

Pensare la libertà come uniformità significa riprodurre, in un’altra forma, la stessa logica che si vorrebbe combattere. C’è poi un ulteriore rischio, spesso meno esplicito: quello di sostenere la libertà solo quando produce esiti compatibili con le aspettative occidentali. Come se il diritto a ribellarsi fosse legittimo solo a patto di condurre verso assetti politici riconoscibili, rassicuranti, “comprensibili”. Ma la libertà, quando è reale, non garantisce risultati prevedibili né allineamenti automatici.

Una solidarietà autentica richiede uno sforzo diverso, la capacità di sospendere la traduzione immediata e di rinunciare alla tentazione di leggere queste lotte come uno specchio in cui riflettere noi stessi. Significa, dunque, accettare che la libertà possa assumere anche forme che non ci somigliano, che non ci rassicurano e che non coincidono con ciò che sceglieremmo. Se non siamo disposti a riconoscerlo, il rischio è di svuotare quei gesti del loro significato politico più profondo e di trasformare una lotta reale, condotta a rischio della vita, in una narrazione comoda per chi guarda da lontano — spesso comodamente seduta sul divano.

«La decolonialità non è un insieme di concetti da applicare, ma un processo che mette in discussione il nostro posizionamento.»

Rachele Borghi

Serena Parascandolo

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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