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Educazione sessuo-affettiva in Europa: la mappa delle disuguaglianze tra gli Stati membri

Non è la coscienziosità dei giovani, ma la responsabilità degli adulti al governo, a determinare quanto il consenso, l’empatia e la sicurezza sono importanti nell’approccio alla sessuo-affettività di un paese.

Nonostante questo, ogni paese europeo ha regole molto diverse rispetto all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

Non si tratta soltanto di dividere quelli che la introducono come materia obbligatoria da quelli in cui è ancora facoltativa o del tutto assente. Le differenze riguardano anche l’età di introduzione, quanto spazio darle nei programmi scolastici, la modalità con la quale tali programmi vanno inseriti nei curricola scolastici e perfino quali temi trattare. 

Nella maggior parte dei paesi Ue, non sono previste delle ore di educazione sessuo-affettiva quale disciplina autonoma. Sono materie come biologia, religione o educazione alla cittadinanza ad occuparsi maldestramente di educare alla sessualità e all’affettività. Materie non casuali, che corrono il rischio di esaurire la sessualità ad una dimensione biologica e riproduttiva o ad apporle un filtro di moralità (e senso di colpa). In altri casi, come in Germania o nei Paesi Bassi, la sessualità è invece un tema trasversale con obiettivi che tutti i docenti sono chiamati a raggiungere, in pieno rispetto delle indicazioni dell’OMS e dell’UNESCO: l’educazione sessuale comprensiva

Si tratta di un approccio di tipo olistico all’educazione sessuo-affettiva, che attraversi gli aspetti emozionali, cognitivi, fisici e sociali della sessualità. Nello specifico, un rapporto della commissione Ue ha individuato undici temi che andrebbero trattati per garantire una corretta educazione: gli aspetti biologici e la conoscenza del corpo; l’amore e le relazioni affettive; la violenza sessuale e di genere; la gravidanza e il parto; l’orientamento sessuale e le tematiche LGBTQ; la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili; la contraccezione; i ruoli di genere; il consenso; i diritti umani; e il rapporto tra sessualità e media online. Sono pochi i paesi dell’Unione europea che li affrontano tutti, ma prima di vederne le differenze, dobbiamo parlare doverosamente di obbligatorietà.

L’educazione sessuale è materia obbligatoria in almeno venti paesi europei. Non lo è solamente in sette. Ungheria, Bulgaria, Cipro, Romania, Lituania, Polonia e, ovviamente, l’Italia. Non è una novità che poco prima della fine dell’anno, il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara, abbia presentato in Parlamento un disegno di legge che vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e alle elementari. Quanto alle medie e alle superiori, non è concessa nessuna attività legata a questi temi senza previo consenso informato dei genitori. Lo scopo dichiarato è quello di valorizzare la responsabilità genitoriale. Per cui dovrebbero essere i genitori – che a loro volta non hanno mai ricevuto educazione sessuale – ad informare i figli sulla sessualità. Devono essere, nel peggiore dei casi, uomini che non hanno mai sentito la necessità di chiedere il consenso e donne che non hanno mai distinto il consenso dal dovere o dalla colpa

Nelle poche, rare, scuole in cui è prevista l’educazione sessuo-affettiva in Italia, questa si limita agli aspetti biologici (anatomia sessuale, corpo umano e riproduzione sessuale) della sessualità durante lezioni di scienze, tra risatine e commenti imbarazzati (probabilmente da parte dello stesso docente). Completamente ignorati sono gli aspetti affettivi, relazionali o socio-emotivi. Altri paesi che si concentrano esclusivamente su questi aspetti sono Cipro, Romania e Slovenia. Paesi come Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Irlanda e Lituania, si concentrano invece esclusivamente su aspetti di prevenzione del rischio: contraccezione, malattie sessualmente trasmissibili, gravidanza e parto. 

La maggior parte degli Stati membri (Austria, Belgio, Finlandia, Spagna, Germania, Paesi Bassi, Malta, Estonia, Slovacchia, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Portogallo ed Estonia) dedica invece una certa attenzione a temi come l’amore, il matrimonio, le unioni o la famiglia, adottando un approccio più trasversale. Tuttavia, anche tra gli Stati che abbracciano un maggior numero di temi, il tipo di messaggi veicolati sull’argomento varia considerevolmente. Per esempio, mentre l’educazione sessuale della Slovacchia spesso include un focus sul matrimonio tradizionale e sui valori familiari (al punto che il curriculum di educazione sessuale è intitolato “Educazione al matrimonio e alla convivenza”), la Danimarca adotta un approccio più ampio e inclusivo che include l’esplorazione di diversi tipi di relazioni.

Educare alla sessualità con uno sguardo attento alla realtà: i casi di Austria, Regno Unito e Spagna

Solo un numero minore di Stati si concentra su questioni relative a ruoli e stereotipi di genere, consenso reciproco, tematiche LGBTQ e affronta il tema dei media online e della sessualità. L’educazione sessuale in Austria ad esempio è considerata completa e olistica dai rappresentanti delle ONG ed è progettata tenendo conto degli standard dell’OMS: la sessualità è considerata una parte importante dello sviluppo complessivo del bambino come individuo e l’educazione sessuale è progettata per supportare i bambini nel garantire la loro salute sessuale a livello fisico, cognitivo ed emotivo.

Anche il Regno Unito, che comincia il 2026 nel migliore dei modi possibili, non è da meno: a partire dal nuovo anno, gli studenti seguiranno corsi contro la misoginia e sul consenso. L’obiettivo è contrastare i comportamenti violenti, insegnare il consenso, distinguere la pornografia dalla realtà e promuovere rispetto e rapporti sani

“I bambini di oggi crescono in un mondo digitale che molti genitori a malapena conoscono. Un luogo dove la pornografia è di facile accesso, la misoginia si diffonde rapidamente e voci forti e piene di odio dicono ai nostri ragazzi che il controllo è forza e l’empatia è debolezza”.

Vice-primo ministro britannico David Lammy

Per questo, oltre alle lezioni sul consenso e le relazioni sane, si parlerà anche di deepfake, abusi digitali e alfabetizzazione pornografica. Il governo britannico investirà inoltre nella formazione di insegnanti con l’obiettivo di dimezzare la violenza di genere nel giro di 10 anni. Obiettivi che si costruiscono con la politica, non con la retorica. 

In Spagna, i femminicidi sono di fatto diminuiti del 30% grazie a scelte politiche simili, che mirano a prevenire e sostenere anziché punire. È stato possibile grazie a tribunali specializzati sulla violenza di genere (questo significa vedere la violenza di genere come un problema strutturale e non come un’emergenza); investendo in centri antiviolenza (che nel nostro paese soffrono sempre di fondi insufficienti); prevedendo sostegni economici per le donne che lasciano il partner violento e, ovviamente, intervenendo nell’ambiente primario di prevenzione: la scuola. Guardando all’educazione sessuo-affettiva come un pilastro fondamentale per cambiare la cultura. 

Questo significa applicare le leggi alla realtà. Governare prendendo atto dei problemi reali: della cultura incel che infiamma il Deep Web, della mascolinità tossica che minaccia la sicurezza delle donne, la violenza di genere più e meno silenziosa. Significa non nascondere nulla sotto al tappeto. Smettere di fingere che i giovanissimi non si approccino alla pornografia o ai rapporti sessuali solo perché nessuno gliene parla. 

Il nostro governo ancora si confonde tra “indottrinamento” e “libera scelta”. Si diverte a cambiare il senso alle parole. Ci racconta che fornire ai giovani le conoscenze adeguate in termini di sessualità, significa indottrinarli e anticipare l’attività sessuale. Finge che non sia l’esatto opposto. Che è dal sapere che nasce la libertà di scegliere (scegliere di proteggersi, di chiedere aiuto, di dire di no) e che è proprio senza conoscenze, che ci possono svuotare, ammaestrare. Indottrinare, appunto.  

Mentre il nostro governo finge di non capire che parlare di sessualità serve proprio a ridurre quei rischi che decanta erroneamente per opporsi all’educazione sessuo-affettiva, altrove hanno già capito che ignorare i bisogni dei giovani non li protegge, li isola

Non parlarne non li farà svanire magicamente come nelle favole. Servirà solo a rendere pericoloso ciò che dovrebbe essere sicuro e piacevole. 

Simona Settembrini

Leggi Anche : Educazione sessuo – affettiva: non chiamarla capriccio

Simona Settembrini

Simona Settembrini, classe 2001, laureata in “Culture Digitali e della Comunicazione”. Per descrivermi al meglio, direi che l’amore, in qualunque sua forma, è sempre al primo posto nella mia vita. Scrivo perché mi aiuta a rendere il mondo meno confuso e per mettere nero su bianco le mie emozioni e quelle degli altri, perché in fondo sono tutte uguali.
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