Come nascono le fake news: una pratica antica quanto la storia

Il primo responsabile di fake news della storia? Il serpente biblico che nella Genesi induce in inganno Eva e Adamo.
Lo affermò Papa Francesco in occasione della Giornata delle comunicazioni sociali per dimostrare che le fake news sono antiche quanto la storia ed efficaci per via della loro natura mimetica: la capacità di camuffare il falso e apparire plausibili.
Oggi, la logica del serpente si inserisce in un universo digitale che rende ancor più complicato smascherare la menzogna, ma non esiste nulla di più efficace dell’affermare che “la prima fake news della storia risale al peccato originale”, per dimostrare che esse non sono un problema nato oggi.
Il passato è infatti disseminato di fake news, a partire dal Medioevo. Tanto per cominciare, è ormai piuttosto noto che lo Ius primae noctis, secondo cui il feudatario aveva diritto ad avere rapporti sessuali con la moglie dei suoi servi durante la prima notte di nozze, sia un mito moderno, mai esistito nel Medioevo. Si trattava piuttosto di un tributo in termini di raccolto o bestiame che si pagava al signore locale per avere la sua benedizione al matrimonio. È falsa anche la credenza secondo cui nel Medioevo si pensava che la terra fosse piatta. Già Tommaso d’Aquino a metà del 1200 dava infatti per scontato che il mondo fosse sferico.
E i sette re di Roma? In realtà erano otto. Quello che nessuno ricorda è Tito Tazio. Tante altre sono le nozioni che abbiamo memorizzato a scuola e ripetuto per anni, senza sapere che fossero invenzioni. Tra queste, il famoso “ratto delle Sabine”. Secondo la leggenda, i fondatori di Roma, guidati da Romolo, hanno rapito 800 donne della vicina Sabina per popolare la città. In realtà, si trattò piuttosto di un’alleanza tra Romani e Sabini che sanciva tra loro unioni matrimoniali per superare gli iniziali conflitti (l’ottavo re di Roma, Tito Tazio, era appunto sabino).
E la famosa cintura di castità che le mogli dei crociati erano costrette a indossare in loro assenza, come garanzia di fedeltà? Un altro falso: le cinture furono inventate più tardi, nell’Ottocento, e utilizzate volontariamente dalle donne per proteggersi dal rischio di stupro. Lo stesso vale per le corna sugli elmi dei vichinghi. Anche quelle non sono mai esistite. I guerrieri nordici non le hanno mai indossate e la credenza è nata a causa di rappresentazioni artistiche del XIX secolo.
Dal falso giornalistico alle fake news virali
Oggi le fake news inquinano profondamente l’universo digitale e quello dell’informazione, ma lo facevano già molto prima della diffusione dei Social Media, solo che le chiamavamo: voci, bufale, o falsi giornalistici.
Molti sono infatti i giornalisti che hanno inventato storie di sana pianta per ottenere visibilità maggiore ed accelerare la propria carriera. Ricordiamo lo scandalo di Jayson Blair, redattore per quattro anni del periodico The New York Times, che durante gli ultimi mesi di lavoro svolto all’interno del giornale si è dedicato a selezionare parti di libri e articoli appartenenti ad altri giornalisti e riscriverli, aggiungendovi dichiarazioni e racconti mai avvenuti. Il giovane reporter aveva fatto credere di essere stato nei luoghi descritti ed aver visto tutto con i propri occhi.
È 11 maggio del 2003 quando, in seguito ad un’indagine realizzata dagli stessi giornalisti del The New York Times, il giornale pubblica in prima pagina l’articolo che informa i lettori del fatto che un giornalista ha frequentemente ingannato nel riportare le notizie dei mesi precedenti, cercando soprattutto il perdono dei lettori.
Un altro caso è il cosiddetto “caso Cooke”, dal nome della giornalista Janet Cooke: un suo articolo appare il 29 settembre 1980 sul Washington Post e le vale il premio Pulitzer. È la storia di Jimmy, otto anni, di terza generazione di dipendenti da eroina. Un precoce bimbo dai capelli color sabbia, occhi scuri e segni di aghi sulla pelle levigata del suo magro braccio scuro. Inventato in modo magistrale, il reportage causa una vera e propria mobilitazione popolare per salvare la vita di Jimmy.
Dopo un periodo in cui Janet Cooke si nasconde dietro al diritto di non rivelare le proprie fonti giornalistiche, ammette infine di aver inventato l’intera storia, presenta le sue dimissioni e il prestigioso Washington Post, umiliato per l’incidente, restituisce il Pulitzer.
Cosa è cambiato quindi, con la diffusione dei Social Media? Da sempre, le voci si propagano attraverso qualsiasi mezzo disponibile: passaparola, email, e prima delle email persino fotocopie. Con ogni progresso tecnologico che ha facilitato la comunicazione umana, sono arrivate subito anche le voci. Per questo motivo, le nuove reti digitali non hanno fatto altro che amplificare ed accelerare un processo già esistente.
Con l’avvento delle reti digitali, di fatto, si moltiplicano i produttori e propagatori di notizie false: accanto a piccoli e agili imprenditori della comunicazione, si affianca il folto gruppo di citizen producers, che possono scegliere di pubblicare o condividere una fake news attraverso un semplice tasto. Le motivazioni possono essere molteplici e vanno dalla necessità di acquisire fama personale all’immediato incentivo economico del pay for click e del click-baiting. Un processo nato dal basso che può scatenare un vero e proprio effetto domino capace di raggiunge persino i siti di news considerati più autorevoli.
Inoltre, le fake news in rete possono diventare virali, perché si mescolano con i processi legati all’identità e all’autorevolezza tipici dei Social Media. Quando un utente ha un alto engagement (like, condivisioni, commenti) sui suoi profili, questo diventa nell’universo Social un immediato indicatore di reputazione, e quindi di affidabilità. Per questo, chi legge una notizia falsa, persuaso dalle molteplici condivisioni, la ritiene attendibile e a sua volta la condivide.
Insomma, avendo accesso a un ampio pubblico, oggi si può mentire a più persone e con più efficacia di quanto sia mai accaduto prima. La vera domanda però è: perché le storie inventate esistono da sempre e nulla è mai riuscito ad estinguerle, neppure il progresso tecnologico?
Una pratica insita nella natura umana
Diversi studi mostrano che i nostri cervelli preferiscono ricevere informazioni che si conformino a ciò che già conosciamo e in cui già crediamo. L’idea che una situazione sia in evoluzione, ancora informe e priva di certezze è frustrante: vogliamo chiarezza.
Il risultato è che finiamo per rifugiarci nelle nostre conoscenze già esistenti e nei pregiudizi: interpretiamo e assimiliamo le nuove informazioni in modo che vadano a rinforzare ciò che già crediamo, e possiamo anche arrivare a inventare possibili risvolti basandoci su ciò che speriamo o temiamo possa accadere. Ecco che le voci diventano un modo con cui gli esseri umani cercano di dare un senso al mondo che li circonda. Emergono per riempire vuoti di conoscenza e informazione, attribuendo cause a eventi e moventi a personaggi.
L’enorme diffusione di fake news che hanno provocato il panico durante la pandemia da Covid 19, è la prova di quanto le voci non debbano necessariamente essere rassicuranti: l’importante è che creino certezze dove non ce ne sono e che ci permettano di aggregarci in nome di un senso condiviso. È un paradosso che funziona.
Oggi è evidente che le voci possono essere di diversa natura. Possono non aver nulla a che fare con la produzione di senso ma essere piuttosto gossip e pettegolezzi che hanno a che fare con la considerazione sociale. In tempo di elezioni, esse diventano uno strumento che i politici utilizzano per influenzare il voto e nelle redazioni giornalistiche, una grave negligenza di coloro che si definiscono professionisti dell’informazione.
Tuttavia, associare il processo di produzione di voci ad un bisogno di ridurre lo sforzo cognitivo (riducendo le incertezze) insito nella natura degli esseri umani, rende comunque evidente il fatto che tale processo esista da quando esistono gli uomini.
L’immaginario collettivo – il senso comune senza il quale non potremmo riconoscerci come comunità e dialogare tra noi sulla base di conoscenze condivise – non è fatto soltanto dalle verità, ma anche dai miti che gli uomini si sono inventati per colmare i vuoti della storia con l’immaginazione.
Che sia il prezzo che gli uomini sono disposti a pagare per riuscire ad abitare insieme lo stesso mondo?
Simona Settembrini
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