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Babbo Natale vs Befana

Tra capitalismo travestito da bontà e femminilità fuori posto, due archetipi raccontano come il potere si fa amare — e cosa resta ai margini.

Durante le feste arrivano quasi insieme, eppure non giocano sullo stesso terreno. Babbo Natale occupa vetrine, centri commerciali, film, pubblicità. È ovunque, riconoscibile, coerente, sempre uguale a se stesso. La Befana, invece, compare dopo, di traverso, una notte sola e poi sparisce.

Non è una questione di simpatia ma di immaginario, ovvero come alcune figure, vengano costruite, rafforzate e rese centrali, mentre altre restano laterali, tollerate, quasi residuali. Basta osservare il presente: Babbo Natale è un format globale, la Befana sopravvive come tradizione locale, confinata a una parentesi. A prima vista sembrano personaggi per bambini. A guardarli meglio, funzionano come due icone simboliche che raccontano come il potere si mette in scena e come il genere, nel tempo, venga reso accettabile, addolcito e infine normalizzato.

Babbo Natale ha un sistema. Vive al Polo Nord in una meravigliosa casetta accogliente, dirige una fabbrica e coordina una forza lavoro instancabile. Ha una divisa immediatamente riconoscibile, una palette cromatica efficace con tanto di narrazione stabile che si ripete identica ogni anno. Distribuisce doni secondo un criterio che tutti conoscono, anche se nessuno ha mai visto davvero il regolamento, basta essere buoni, su cosa significhi esserlo e chi lo decida, resta sullo sfondo. Ed è proprio questo a renderlo rassicurante. È il modello del maschio performativo che funziona. Anziano ma autorevole, bonario ma indiscutibile e inoltre sempre produttivo. Non genera, ma distribuisce. Valuta i comportamenti, separa e premia. Non ha bisogno di spiegare: lui applica a prescindere. Una figura paterna che non alza mai la voce e proprio per questo non viene quasi mai messa in discussione. Non sorprende che sia diventato una delle icone più brandizzate al mondo. Babbo Natale è perfettamente compatibile con il capitalismo, la pubblicità e la retorica della bontà meritata. È il potere che si presenta sotto forma di regalo. Lo zuccherino se siamo stati bravi, belli e conformi alle aspettative.

La Befana, al contrario, non ha un’organizzazione riconoscibile. Di solito raccontata in una casa fatiscente, non ha sede, non ha staff e non ha branding. Si muove di notte su una scopa malandata, non su una slitta scintillante. Entra dalle finestre, porta dolci e carbone insieme, difficilmente ricordata come quella dei gran doni luccicanti, e non ha bisogno di giustificarsi. Non promette nulla né rassicura. Anzi, a qualcuno fa pure un po’ paura. Arriva quando le feste sono già finite, quando l’entusiasmo si è sgonfiato e resta la realtà. E porta con sé quella frase sospesa — “tutte le feste porta via” — come se fosse lei, e non il calendario, a chiudere il tempo dell’illusione. Nel racconto dominante rappresenta tutto ciò che non funziona. Una donna anziana, sola e fuori asse. Non madre, non moglie, non giovane, non desiderabile. Ogni tentativo di aggiornarla — renderla sexy, ironica, accattivante — finisce spesso per trasformarla in caricatura.

Dal punto di vista simbolico, la Befana è una contro-narrazione femminista proprio perché non si lascia riformare. Non rientra in un sistema di valutazione lineare, non premia il merito e non punisce secondo regole chiare. Non migliora se stessa, non performa e non è funzionale. Resta ambigua. E non a caso, figure come lei finiscono storicamente nello stesso contenitore, quello delle streghe ovvero delle donne “fuori posto”, da confinare a una notte l’anno. La differenza tra i due non è morale, è politica. Babbo Natale rappresenta l’ordine che si traveste da bontà, la Befana è la crepa nel racconto che entra quando il sistema ha già chiuso e lascia insieme dolci e carbone, senza certificati di merito, secondo una logica orizzontale e non addestrabile.

Il primo è diventato globale perché è riproducibile, rassicurante e facilmente esportabile. La seconda è rimasta folklore perché è ambigua e, ancora oggi, un po’ scomoda. Babbo Natale è stato lucidato fino a diventare innocuo. La Befana no. Continua a non offrire una morale semplice, a non promettere salvezza, a non indicare un comportamento corretto. Ed è forse questo che mette leggermente a disagio perché è una figura che non spiega, non consola e non ottimizza. Non serve stabilire chi sia migliore. Basta osservare cosa celebriamo ogni giorno e cosa, invece, confiniamo ai margini. Perché tra un modello che funziona perfettamente e uno che continua a non funzionare del tutto, spesso è il secondo a raccontare qualcosa di più scomodo — e quindi più vero — sul mondo che abitiamo. 

Da tradizione, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, si lasciano biscotti e latte. Negli anni Babbo Natale si è preso anche questa scena, e l’America ci ha perfino suggerito di aggiungere le carote per le renne. Meglio tenere fede alla tradizione, Babbo Natale, tra vetrine, spot e merchandising, mangia già ovunque. E come tutti quelli che fanno parte del sistema, non soffre certo la fame.

Serena Parascandolo 

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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