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“Arte Proibita”: la mostra sulla censura più discussa di Bologna

C’è un paradosso che attraversa la storia dell’arte che oggi si manifesta con rinnovata evidenza: più le opere d’arte circolano liberamente più alcune diventano (per qualcuno) intollerabili. La mostra “Arte Proibita” a Palazzo Albergati interroga il rapporto mai risolto tra potere, morale e libertà di espressione.

Non è una semplice mostra di opere “scandalose” nel senso più superficiale del termine, ma è un archivio di opere che, in tempi e contesti diversi, sono state considerate pericolose in quanto mettono in crisi le autorità, i simboli, le identità e i sistemi di valori. Opere che non si sono limitate a rappresentare il mondo, ma hanno osato metterlo in discussione.

La storia dell’arte è, da sempre, anche storia di censure. Dai roghi medievali alle immagini sacre modificate o coperte, dalle statue mutilate alle opere bandite dai regimi totalitari, l’atto di vietare un qualcosa ha spesso rivelato più del contenuto stesso dell’opera. Ogni epoca ha avuto le sue immagini “improprie”, i suoi corpi da nascondere, le sue verità da neutralizzare. 

Mc Jesus, di Janei Leinonen. L’opera denuncia la società contemporanea che ha abbandonato i valori religiosi per venerare il consumismo. 

Nel Novecento la censura è stata spesso diretta, dichiarata e ideologica: oggi il controllo assume forme più fluide e pervasive. Non sempre vieta esplicitamente, ma condiziona; non sempre silenzia, ma orienta. La mostra rifiuta l’idea rassicurante che la censura sia un fenomeno da relegare al passato: se è vero che in molte parti del mondo la censura è ancora qualcosa di esplicito e di violento, che può costare la vita, nelle democrazie liberali occidentali la censura di un’opera passa attraverso meccanismi meno evidenti, più subdoli: per esempio il controllo dei finanziamenti, la delegittimazione pubblica (che ormai passa dai social) o l’indignazione preventiva.

Qui emerge uno dei paradossi più interessanti messi in luce da “Arte Proibita”. Alcuni esponenti di Fratelli d’Italia hanno definito le opere presenti come blasfeme e offensive, finendo per incarnare pienamente lo spirito della mostra. Nel denunciare pubblicamente lavori come il Mc Jesus di Jani Leinonen e nel rilanciarne le immagini sui propri canali social, hanno contribuito a trasformare l’esposizione in un caso mediatico nazionale. Il risultato è un cortocircuito tipicamente contemporaneo: la censura non passa più soltanto dalla rimozione, ma anche dall’esposizione polemica. L’indignazione diventa un dispositivo di controllo culturale: non impedisce allo spettatore di vedere, ma gli dice come deve guardare prima ancora che l’esperienza abbia luogo. 

Xi going on a bear hunt, Badiucao

Una mostra che riflette sulla censura viene così attaccata proprio attraverso gli strumenti della comunicazione contemporanea e il tentativo maldestro di condannarla ne riconferma la necessità: siamo davanti al paradosso di chi denuncia l’offesa e rende l’opera ancora più visibile e ne rafforza la carica simbolica.

Le opere in mostra resistono all’addomesticamento. Parlano di corpo, di sacro, di consumo, di violenza, di erotismo, di potere. Lo fanno senza offrire soluzioni concilianti o messaggi rassicuranti. Qui l’arte torna a essere politicamente attiva, non perché fornisce risposte, ma perché apre delle fratture. Ogni opera censurata segnala un punto di rottura, una ferita aperta in un corpo sociale che preferirebbe non guardarsi allo specchio. Guardare queste opere significa riconoscere che il conflitto tra immaginazione e controllo non è mai stato risolto, ma solo rimandato, riformulato e mascherato.

In un’epoca segnata da conflitti persistenti, polarizzazione e nuovi moralismi, la domanda non è più se un’immagine possa offendere, ma se una società sia ancora capace di sostenere il dissenso, di accettare ciò che non conferma le proprie certezze.

Perché spesso, ciò che viene definito “inaccettabile” non è ciò che offende di più, ma ciò che ci costringe a guardare dove non vorremmo.

Roberto Spanò

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Roberto Spanò

Classe 1995, sono laureato in Scienze Storiche e Orientalistiche (con focus su gender studies, colonial and post-colonial studies). Ho conseguito un Master in Gestione dell’arte e dei Beni Culturali. Fin dall’inizio dei miei studi sono sempre stato convinto che materie come storia, sociologia, antropologia e filosofia non possano essere considerate come dei comparti stagni, credo nella multidisciplinarietà ed è la caratteristica che ho sempre cercato di dare alle mie pubblicazioni. Credo fortemente che la storia non ci serva semplicemente per ricordare a memoria date ed eventi, ma ci serve per capire i perché del mondo di oggi, ci serve per smontare falsi miti, per rispondere a chi propaganda fake news e tesi campate in aria. Il mio scopo è quello di rendere comprensibili temi complessi, di far appassionare chi pensava, magari a causa di un cattivo insegnate alle superiori, che la storia sia noiosa e inutile.
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