Le ibridazioni nella creazione letteraria

Il ventesimo secolo porta con sé dei cambiamenti significativi e straordinari; non solo l’introduzione di mezzi di trasporto più veloci e la diffusione di approcci psicologici rivoluzionari attraverso gli studi di Freud, Piaget, Yung, Wundt, Rogers…ma la popolazione mondiale si avvia ad una cultura puramente basata sui media.
I mezzi a stampa erano ovviamente già affermati e dominavano l’influsso dell’informazione destinato alla società, mentre il telefono e la radio erano ancora in fase sperimentale. Anche la televisione e il cinema si affermano in questo secolo diminuendo l’isolamento e il tasso di analfabetismo. Arriva poi la nascita della prima editoria libraria e con essa i primi giornali, gli opuscoli e le riviste, soprattutto letterarie (La voce, La ronda, L’ordine nuovo, il Politecnico, ecc.).
McLuhan definisce i media come estensioni dell’uomo, poiché si configurano come dei mezzi atti ad ampliare la portata dei sensi dell’uomo e la sua capacità di trasmettere informazioni. Lo sviluppo della comunicazione di massa, basato prettamente sulla nascita di dispositivi tecnologici, porta gli individui anche ad un senso di precarietà e crisi psicologica che culmina nella possibilità di interpretare la realtà in moltissimi modi differenti.
Queste trasformazioni modificano quindi la percezione della realtà e della verità, per cui gli scrittori cercano nuove forme di raccontarla. Ora che la realtà appare frammentata e manipolata, il romanzo non è più sufficiente ed è per questo che si apre, quindi si contamina, dando luogo ad una rivoluzione letteraria che porta alla nascita delle ibridazioni letterarie.
Quello che prima era esclusivamente romanzo, ora diventa anche memoir, saggio, articolo, reportage…la scrittura diventa uno spazio aperto senza confini, dove reale e finzione si fondono.
L’ibridazione non vuole proporre soluzioni ma solo descrivere le infinite sfumature della realtà, e indagare sulla psiche individuale e collettiva che appare sempre più complessa e stratificata, e vuole “approfittare” di tutti gli strumenti a disposizione, senza escluderne nessuno (o quasi).

Un caso interessante di letteratura ibrida
Il 9 gennaio 1993, in Francia, Jean-Claude Romand ammazza la moglie, i due figli, e il giorno dopo anche i suoi genitori. Poi incendia l’abitazione in un tentativo di suicidio, poi fallito.
Si scopre che per diciassette anni Jean-Claude aveva mentito a tutta la sua famiglia, affermando di essersi laureato in medicina e di lavorare come ricercatore all’OMS di Ginevra.
Questa è la tragica vicenda a cui lo scrittore Emmanuel Carrère si è ispirato per scrivere L’Avversario, pubblicato nel 2000.
L’impegno di Carrère è stato astronomico: dopo aver letto del delitto sui giornali decide di contattare lo stesso Romand in carcere, il quale accetta di intraprendere una corrispondenza epistolare nel tentativo di comprendere anche meglio se stesso e i motivi del suo gesto.
L’autore segue tutte le udienze del processo di Romand fino alla condanna finale di ergastolo, e riesce ad ottenere dei colloqui con i volontari del carcere che visitavano ogni tanto Romand, Marie-France e Bernard, e anche con un amico stretto dell’assassino che nel libro è chiamato con il nome di fantasia Luc.

L’ibridazione che questo libro percorre è quella di romanzo e investigazione, dove i confini tra finzione e realtà sono ben delineati ma si intrecciano perfettamente.
Carrère racconta la storia in prima persona, interpretando contemporaneamente il ruolo di narratore e di investigatore: i fatti che narra sono reali ma vi aggiunge anche il proprio coinvolgimento personale (pur evitando giudizi).
Ciò che rende peculiare questo libro è dunque l’approccio dell’autore, il quale si imbarca in un viaggio di esplorazione psicologica del protagonista, percorrendo tutta la sua vita dall’infanzia fino al giorno del delitto. Le bugie hanno sempre schiacciato Jean Claude Romand, prima quelle che gli dicevano gli altri (soprattutto i genitori) e poi quelle che ha iniziato a raccontare lui, appropriandosi completamente di una vita inventata che l’ha condannato ad avere come unico scopo quello di non farsi mai scoprire. Romand era malato di menzogna, le sue bugie non nascondevano nulla, quello era l’unico modo in cui riusciva ad esistere.
“Sostituendo un imbroglio con un cancro è riuscito a trasporre in termini comprensibili agli altri una realtà troppo particolare e privata. Avrebbe preferito davvero essere malato di cancro piuttosto che di menzogna – perché anche la menzogna era una malattia, con la sua eziologia, i suoi rischi di metastasi, la sua prognosi riservata –, ma il destino aveva voluto che si ammalasse di menzogna, e non era colpa sua.”
Chiaramente Emmanuel Carrère non è venuto a conoscenza di tutti i meccanismi psicologici in gioco nella mente di Romand, ma il suo tentativo è sicuramente da apprezzare; questo romanzo-verità ci mostra anche l’altro lato dell’assassino, il lato fragile e malato che può prendere improvvisamente il sopravvento in mille modi differenti, e che l’autore individua in ogni essere umano con il nome di avversario.
L’avversario è la parte di Romand, e di ognuno di noi, che non riesce a stabilire alcun contatto con la realtà e con la verità, è quella parte della nostra anima squarciata dalle ferite, che emergendo potrebbe o ammazzarci o renderci cattivx.
Le ferite vanno curate, altrimenti il sangue straborderà e non saremo noi le uniche vittime, ma anche coloro che ci amano.
Dobbiamo ascoltarci, conoscerci, e imparare ad attraversare il dolore: comprenderlo appieno, diventargli amico per accompagnarlo gentilmente alla porta, consci che tornerà a visitarci.
Hai avuto il tuo spazio, dolore, ma la vita è la mia
È importante parlare quando stiamo male. Qualcunx ci ascolterà e ci tenderà la mano, riportandoci su, a vedere il cielo.
Marcella Cacciapuoti
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