Un semplice incidente e il cinema sociale di Jafar Panahi

Vincendo la Palma d’Oro a Cannes con il suo ultimo film, il regista iraniano entra nel ristrettissimo club dei cineasti capaci di conquistare il massimo riconoscimento nei quattro festival internazionali (Locarno, Berlino, Venezia e per l’appunto Cannes) più prestigiosi. Un risultato che da solo basterebbe a collocarlo tra i grandi della storia del cinema. Eppure, ridurre Panahi ai suoi premi sarebbe un errore.
“Un semplice incidente”, il suo ultimo film, racconta la storia di un meccanico che rapisce un uomo convinto che sia l’ufficiale dei servizi segreti che anni prima lo aveva torturato in carcere. L’unico indizio è una protesi alla gamba: durante le torture era sempre bendato e quello è l’unico dettaglio che ricorda del suo aguzzino. Divorato dal dubbio, il meccanico intraprende una sorta di indagine improvvisata, cercando altre vittime come lui che possano confermare l’identità del presunto “Gamba di legno”. Nel suo furgone si ritrovano così una fotografa convinta di riconoscere l’odore del suo sudore, un operaio certo che quell’uomo abbia la stessa voce del torturatore e una sposa determinata a vendicarsi dello stupro subito.
La domanda che Panahi pone è semplice solo in apparenza: riusciranno i protagonisti a restare umani, a non diventare come ciò che gli ha procurato così tanta sofferenza? Come in altri suoi capolavori (tra cui Taxi Teheran, in cui interpreta sé stesso mentre aiuta la nipotina a realizzare un cortometraggio per un compito scolastico, mettendo a nudo e ridicolizzando la censura governativa) Panahi utilizza il pretesto narrativo per scavare nelle contraddizioni del suo Paese. Attraverso una solida e coinvolgente sceneggiatura, racconta le fragilità sociali, le ferite invisibili e la repressione culturale che definiscono l’Iran contemporaneo.
Il 23 ottobre, presso Casa Cinema Napoli, ho avuto modo di assistere all’anteprima italiana del film, che ha previsto un collegamento con Jafar Panahi da un cinema di Roma, dove un giornalista ha avuto modo di porgli qualche domanda su di lui e sul film. La cosa più bella di “Un semplice incidente” è che si tratta di un film girato in segreto, senza permessi, sotto il naso dello stesso governo che Panahi critica e che gli ha imposto un bando che gli proibiva di realizzare film sia quello che gli proibiva viaggiare all’estero e incarcerandolo da luglio 2022 a febbraio 2023.
Nel prosieguo dell’intervista, il regista iraniano ci tiene a sottolineare come il film non sia un film politico, in quanto i film politici sono film di partito, che dividono il mondo in buoni, ovvero coloro che supportano il credo politico che il film rappresenta e in cattivi, cioè i dissidenti e gli oppositori. “Un semplice incidente” è un film non politico, ma sociale, che rende tutti eguali, senza guardare nessuno dall’alto verso il basso. Non ci sono buoni o cattivi, ma semplicemente persone, che soffrono e provano ad andare avanti.
Con questo film, il regista riporta tutti gli appassionati e agli addetti ai lavori alla vera essenza del cinema: non importa quali mezzi si abbiano a disposizione, non importa quali difficoltà si debbano affrontare, è sempre un buon momento per fare un film che smuova le masse, che indigni e che faccia riflettere sulle problematiche che le persone nel mondo sono costrette ad affrontare. Jafar Panahi ci ricorda la valenza e il ruolo sociale che il cinema ha ancora oggi ed è per questo, non per i premi che ha collezionato durante la sua carriera, che può essere considerato uno dei più grandi registi della storia del cinema.
Francesco Vacca
Leggi Anche : Dal libro al film: i prossimi adattamenti cinematografici in programma



