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Mariateresa Passarelli nel mirino dell’odio online: “Non mi farò zittire”

Attivista contro il patriarcato e la violenza digitale, Mariateresa Passarelli è stata bersaglio di minacce e insulti dopo aver denunciato pagine di revenge porn. La sua voce, però, resta forte. E non è sola.

Negli ultimi giorni, Mariateresa Passarelli membro della segretaria regionale di Sinistra Italiana e attivista da sempre impegnata nella lotta contro la cultura patriarcale, il revenge porn e ogni forma di violenza di genere è finita al centro di una violenta ondata di odio online. Dopo aver denunciato pubblicamente la presenza di gruppi e siti che diffondevano immagini intime di donne, spesso minorenni, senza consenso, è stata colpita da una campagna di insulti, minacce e denigrazioni personali.

La vicenda prende forma a seguito dell’attivismo di Mariateresa, che insieme ad associazioni come Frida Kahlo Pari Opportunità 2024, ha contribuito alla chiusura del gruppo Facebook “Mia moglie” e del sito Phica.net, entrambi denunciati per la pubblicazione non consensuale di immagini private di donne. Un reato grave, introdotto con la Legge sul Codice Rosso, noto come revenge porn.

La risposta a questa azione civile e legittima? Una shitstorm violenta e sessista, con profili fake e attacchi automatizzati. Offese personali, minacce di morte e campagne denigratorie hanno cercato di zittire la sua voce, di intimidirla e di colpirla nel profondo.

Mariateresa non è solo una vittima ma una voce attiva contro la violenza di genere. Da anni si impegna pubblicamente nella sensibilizzazione su temi scomodi ma urgenti: la cultura dello stupro, il sessismo sistemico, il linguaggio d’odio, la responsabilità sociale dei social media. Il suo profilo pubblico, noto su Instagram come @justlikebridgetjones, è uno spazio di confronto, ironia e attivismo e che oggi diventato anche bersaglio.

Il caso di Mariateresa è emblematico. Non solo per la gravità delle minacce ricevute, ma perché riflette una realtà sistemica che vede ogni giorno, migliaia di persone in Italia subire violenza digitale. Molte restano nell’ombra, senza strumenti o supporto. La vicenda di Mariateresa ha il merito di rompere questo silenzio e di chiedere una risposta collettiva che va prima di tutto alle istituzioni poi alle piattaforme social e sopratutto alla società civile.

La rete ha risposto. Attivisti, associazioni, collettivi e singoli utenti hanno espresso piena solidarietà a Mariateresa, chiedendo più tutele contro la violenza digitale, un impegno concreto da parte delle piattaforme digitali e l’introduzione di strumenti rapidi ed efficaci per contrastare questi abusi.

Come si legge in uno dei post a lei dedicati: “Non la lasciamo sola. L’indignazione non basta più: serve concretezza.”

Noi della testata magazine non potevamo esimerci nel darle voce e sostegno.

S. Mariateresa, grazie per aver accettato questa intervista. Vorrei che questo spazio fosse per te non solo un momento informativo, ma anche un luogo sicuro dove poter esprimere quello che stai vivendo, da attivista e da donna.Quando hai iniziato a ricevere i messaggi di odio e le minacce?

M. I primi commenti d’odio sono iniziati circa una settimana fa. All’inizio si trattava di messaggi isolati, fastidiosi ma ancora gestibili. Negli ultimi due giorni, però, la situazione è degenerata: il volume dei messaggi è aumentato notevolmente e molti hanno assunto toni decisamente più aggressivi, arrivando anche a vere e proprie minacce di morte e simili. È un’escalation che non mi aspettavo e che, sinceramente, sta diventando difficile da ignorare.

S. Hai sporto denuncia o segnalato alle autorità competenti questi episodi?

M. ⁠Sì, questa mattina ho sporto regolare denuncia presso la Polizia Postale di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Ho deciso di farlo perché ritengo inaccettabile che l’odio e le minacce, soprattutto quando arrivano in modo così violento e reiterato, vengano tollerati o ignorati. Non si tratta solo di proteggere me stessa, ma anche di affermare un principio: non possiamo più restare in silenzio di fronte a certi atteggiamenti. Chi usa i social per insultare, intimidire o terrorizzare deve sapere che ci sono delle conseguenze, e che l’anonimato online non è una protezione. La violenza verbale è una forma di violenza a tutti gli effetti, e va combattuta con gli strumenti che la legge ci mette a disposizione.

S. Qual è stata la reazione delle persone a te vicine come amici, colleghi, familiari in questi giorni?

M. ⁠La maggior parte delle persone a me vicine ha reagito con grande solidarietà. Familiari, amici e colleghi mi sono stati accanto fin da subito, e questo è stato fondamentale per affrontare la situazione. In particolare, ho ricevuto un sostegno fortissimo dai miei compagni e dalle mie compagne di Sinistra Italiana e di Rinascita Pomigliano: non solo mi hanno espresso affetto e vicinanza, ma hanno anche preso posizione pubblicamente contro l’odio e la violenza verbale, dimostrando che certi valori non si lasciano intimidire.

Mi ha colpito in modo molto positivo anche la solidarietà arrivata da esponenti di altri partiti, diversi dal mio. In momenti come questi, è importante che ci sia un fronte comune nel condannare l’odio, a prescindere dalle differenze politiche. È un segnale di maturità democratica e di rispetto che dà speranza.

Anche la stampa locale ha contribuito a dare visibilità alla vicenda: testate come NapoliToday e Scisciano.net hanno pubblicato articoli che hanno permesso di portare l’attenzione pubblica su quanto accaduto.

Tutto questo sostegno, da più direzioni, mi ha dato ancora più forza. Sapere di non essere sola, ma parte di una rete umana e politica che reagisce e si espone, mi ha aiutata a trasformare la rabbia e la paura in determinazione. Questo tipo di solidarietà non è solo simbolica, è una vera forma di resistenza civile.

S. Ti aspettavi una reazione così violenta a un’azione di denuncia come quella contro Phica.net e “Mia moglie”?

M. Mi aspettavo una reazione, certo. Ogni volta che si mette in discussione un sistema costruito sull’umiliazione e sull’oggettivazione del corpo femminile, c’è sempre chi si sente minacciato. Ma non mi aspettavo un’ondata di odio così violenta, feroce e personale. È stato un attacco non solo verbale, ma psicologico, con l’intento chiaro di zittirmi, intimidirmi e farmi pagare il prezzo di aver detto qualcosa che molti preferirebbero continuare a ignorare.

La mia denuncia contro siti come Phica.net e Mia Moglie non è stata un atto provocatorio, ma un gesto necessario: parliamo di piattaforme che esistono per violare la privacy, la dignità e la libertà delle donne, spesso senza alcun consenso. Il fatto che difendere i diritti fondamentali e denunciare una violenza così evidente scateni reazioni tanto brutali, dimostra esattamente quanto sia urgente rompere questo silenzio.

Difendere la libertà d’espressione non può significare tollerare l’odio, il sessismo o la minaccia costante verso chi osa denunciare. La libertà d’espressione non è la libertà di opprimere gli altri, di diffondere violenza o di ridurre le donne a oggetti da esporre e consumare. Quella non è libertà, è abuso.

E credo fermamente che la politica debba assumersi la responsabilità di intervenire, di esporsi e di non lasciare sole le persone che scelgono di denunciare. L’indifferenza, in questi casi, è una forma di complicità. Il ruolo delle istituzioni è proteggere chi parla, non voltarsi dall’altra parte per paura di perdere consenso o di toccare argomenti “scomodi”.

S. Come stai oggi, emotivamente? Come riesci a proteggerti, anche mentalmente, da questa tempesta?

M. Oggi, emotivamente, mi sento arrabbiata e scossa. Sarebbe ipocrita dire il contrario. Ricevere odio e minacce ogni giorno, sapere che qualcuno sta cercando di colpirti nel personale per farti stare zitta, è qualcosa che lascia il segno. Non mi sento davvero protetta, né sul piano pratico né su quello emotivo, e questo è forse l’aspetto più duro da affrontare: la sensazione di essere esposta, vulnerabile, sola davanti a un’ondata di violenza così mirata.

Allo stesso tempo, sto cercando in tutti i modi di non farmi schiacciare. La rabbia, per me, è diventata una forma di resistenza. Cerco di trasformarla in determinazione, in lucidità, anche se non è facile. Ho imparato a darmi dei limiti: stacco dai social quando sento che sto assorbendo troppo, seleziono le voci da ascoltare, mi circondo di persone che so di poter fidarmi davvero. Parlare, condividere, non chiudermi in me stessa: anche questo è un modo per proteggermi.

Mi ricordo costantemente che tutto questo non è “normale” e che non sono io quella sbagliata. E questo pensiero, insieme al sostegno che sto ricevendo da tante persone, mi dà la forza per andare avanti senza abbassare la testa.

S. C’è stato un messaggio o un gesto di solidarietà che ti ha particolarmente colpita o aiutata?

M. Tutta la solidarietà che ho ricevuto in questi giorni mi ha toccata nel profondo e mi ha dato una forza che non avrei immaginato. In momenti così difficili, sapere di non essere sola, sentire che tante persone condividono il mio dolore e la mia rabbia, è un sostegno che fa davvero la differenza.

Un gesto che mi ha colpita particolarmente è quello del circolo La Città Femminista di Sinistra Italiana, nella mia città di Pomigliano d’Arco, che ha organizzato un flash mob per domani contro la violenza informatica. Vedere questa comunità pronta a scendere in piazza, a farsi sentire con coraggio e determinazione, mi ha riempito il cuore di speranza.

Questi momenti di solidarietà non sono solo un conforto, ma un’energia che mi spinge a non mollare, a continuare a lottare perché nessuna persona debba mai più subire violenza o minacce, soprattutto online

S. Cosa diresti a una donna che, come te, viene colpita da violenza digitale e pensa di restare in silenzio?

M. Assolutamente no! Restare in silenzio davanti alla violenza digitale significa lasciare il campo libero a chi vuole intimidirci, isolarci, farci sentire sole e impaurite. Ma noi non siamo sole, e non dobbiamo mai accettare di esserlo. Dobbiamo unirci, creare una rete solida e determinata che faccia sentire la propria voce, che difenda chi viene colpita e che spezza questo circolo di odio e silenzio.

La violenza online non è un’opinione, è un attacco reale e violento che lascia ferite profonde. Denunciare, parlare, chiedere aiuto non è un atto di debolezza, è un atto di coraggio e di resistenza. Nessuna donna deve sentirsi in trappola, nessuna deve restare in silenzio.

E qui rivolgo un appello urgente e senza giri di parole a tutta la società e alle istituzioni: basta con l’indifferenza e la superficialità. Serve un impegno concreto, immediato e severo per proteggere chi subisce queste aggressioni e per colpire chi le mette in atto. Non possiamo più tollerare che la violenza digitale rimanga un’area grigia dove chiunque può agire impunemente. Se non ora, quando? Se non noi, chi?

S. In questo momento, di cosa hai più bisogno da parte della società, delle istituzioni e dei social?

M. In questo momento ho più bisogno di fatti concreti, non di parole vuote o promesse a metà. Dalle istituzioni mi aspetto un impegno reale, serio e urgente: leggi più efficaci, strumenti di protezione tangibili e risposte rapide per chi denuncia. Non possiamo più permettere che chi minaccia e diffonde odio online resti impunito, perché ogni minuto che passa è un minuto in cui la violenza continua a ferire.

Dalla società, invece, ho bisogno di comprensione, di empatia e di solidarietà vera. Troppo spesso la violenza digitale viene sottovalutata o addirittura ignorata, ma per chi la subisce è un peso enorme, che lascia ferite profonde. È fondamentale che tutti capiscano quanto sia importante sostenersi a vicenda e non lasciare nessuno solo di fronte a questo dolore.

Infine, dai social chiedo responsabilità, coraggio e trasparenza. Non possono continuare a essere spazi dove l’odio si diffonde indisturbato. Devono diventare luoghi sicuri, dove chi viene attaccato trova ascolto e protezione, non ulteriori minacce. Ho bisogno che i social siano parte della soluzione, non del problema.

S. Mariateresa, ti ringrazio per il coraggio, la lucidità e la forza con cui hai affrontato tutto questo. Ti lascio con una domanda aperta:“Qual è il messaggio che vuoi lasciare oggi, a chi ti legge?”

M. Il messaggio che voglio lanciare a chi mi legge è questo: non lasciatevi mai spegnere dalla paura o dal silenzio. So quanto possa essere difficile, so quanto possa sembrare più semplice chiudersi in se stesse. Ma vi assicuro che alzare la voce è l’unico modo per difendere la propria dignità e per costruire un cambiamento reale.

Non siete sole, anche se a volte può sembrare così. Io stessa ho scoperto in questi giorni quanto sia importante avere accanto persone, comunità, compagni e compagne di lotta pronti a sostenerti. È quella rete di solidarietà che ci permette di resistere e di trasformare il dolore in forza.

Vi invito a non arrendervi mai, perché dentro ognuna di noi c’è una potenza incredibile. La strada è lunga e a volte faticosa, ma insieme possiamo costruire un mondo dove il rispetto e la giustizia siano la regola, non un’eccezione. Ricordate: la vostra voce è la vostra arma più potente. Usatela sempre.

Come disse Audre Lorde, “Non siamo qui per sopravvivere, ma per trasformare la nostra sopravvivenza in resistenza.”

Il caso di Mariateresa non deve essere un’eccezione visibile, ma un esempio che illumina una realtà quotidiana ancora troppo ignorata. Combattere la violenza digitale non è una battaglia personale: è una responsabilità collettiva.

Apparteniamo a una generazione che non chiede più il permesso. Che alza la voce, che rompe i silenzi, che brucia di consapevolezza. Siamo le discendenti di chi è stata messa al rogo per troppo coraggio, e siamo pronte a trasformare quell’eredità in lotta collettiva.

Come attiviste, come donne e come esseri umani consapevoli, non possiamo restare in silenzio davanti a quanto accaduto a Mariateresa Passarelli. La sua forza, la sua voce, la sua scelta di esporsi per proteggere chi non può farlo, meritano rispetto, ascolto e azione.

Non è sola. Nessuna di noi lo è.

Serena Parascandolo

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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