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La playlist che ci meritiamo dal 2022

Mancano poche ore al nuovo anno e io sto scrivendo.

Ancora in pigiama, il piccolo albero comprato da Panda a 2 euro, le luci appese alla libreria della mia camera e il mio coniglio sulle ginocchia.

Il concerto di Capodanno che Canale 5 pubblicizza fino allo sfinimento che suona dall’altra stanza, e io che vorrei far suonare ben altro.

Qual è la cosa che vorreste di più davvero per il vostro 2023? Io non ho dubbi: vivere a passo lento. Facendo dello #SlowLiving non solo una parola o un hashtag ma il mio modo di stare in pieno centro di una tempesta.

1 gennaio, d’altronde suona bene. Il numero uno è il primo degli altri, sancisce l’inizio di un nuovo momento, è l’apri-fila delle nuove occasioni, come unica parte contenente una moltitudine di entità. Il numero uno è il vincente, il primo a cominciare, il più piccolo di una parte, un dito puntato, o quello alzato per chiedere.

Il numero uno è eminente, è una lista della spesa, non ha precedenti perché prima di se stesso tutto è nullo. Il primo gennaio ha in sé il bello dell’ignoto e dell’intenso, del nuovo, delle mille possibilità che si dispiegano davanti quando abbiamo la sensazione di avere tempo.

Quella percezione che pervade tutta la vita quando hai trent’anni, e che qualche decennio dopo deve fare i conti con una congiunzione necessaria: quello che è stato e che non puoi più modificare, e quello che sarà che non conosci ancora e che hai il desiderio di poter pianificare.

Ma quando termina un anno e ne inizia uno nuovo mi pervade sempre la stessa domanda: ma perché quella volta mi sono arrabbiata così tanto invece di ascoltare musica?

Così partono i buoni propositi, l’auspicio di “fare di più” o “fare meglio” e tutto sembra possibile. In realtà più che un proposito, mi piace pensare che sia un progetto. E nei miei c’è sempre una cosa al primo posto: non fare mai a meno della musica mentre vivo ogni cosa avendone piena consapevolezza.

«Tutte le mie idee sulle cose serie della vita, passano da sessioni interminabili di ascolto in cuffia e passeggiate. L’interesse stesso per le storie risale ai viaggi in macchina coi miei per raggiungere le famiglie d’origine (…), cambiavamo le musicassette, commentavamo le canzoni. Ne sono ossessionato»

Nicola H. Cosentino in un’intervista a dLui Repubblica.

Ecco: vivere di ossessioni mi piacerebbe, continuare a farlo senza premere il tasto pausa. Ma senza l’ansia da Spotify Wrapped, senza sondaggi e parametri. Ricordiamo che l’ordine è casuale e che questa non è una classifica (cit.):

• Lazza – Sirio

Un record, in Italia, secondo solo a quello di Vasco Rossi nel 2019. Che avesse del potenziale e grinta da vendere era evidente, ma in pochi pensavamo che sarebbe arrivato a certi risultati. Jacopo Lazzarini, in arte Lazza, raggiunge numeri impossibili con Sirio, l’ultimo album in vetta alla classifica Fimi/GfK per ben 15 settimane (non consecutive) con, a soli tre mesi dall’uscita, un doppio disco di platino e più di 300 milioni di streaming.

Lazza scavalca le radio con PANICO ft. Takagi e Ketra, in cui dà spazio alle fragilità interiori. Il rapper parla di un errore, di uno sbaglio nell’aver iniziato un rapporto che diventa malsano soprattutto per lui. Lei non parla, finge, fa finta di nulla e poi lo colpisce, facendolo precipitare nelle insicurezze e nel “panico”, tra drink e buttafuori che lo fanno uscire dai locali. E, nonostante il ritorno, il rapporto è evidentemente tossico: tu sei il bene, ma diventi il male, siamo un capolavoro del cinema con un finale da dimenticare.

• Kendrick Lamar – Mr. Morale & The Big Steppers

Finalmente Mr. Morale & The Big Steppers è l’atteso quinto LP di Kendrick Lamar, che non fa eccezione alcuna e si rivela denso, pieno e empirico come i lavori precedenti.

Sono passati cinque anni da DAMN, Lamar sembra avere molte cose per la testa, parole e bufere da riversare nei due volumi del disco. Molti sono i temi su cui si sofferma, l’unicità della sua penna scorre veloce ed è autentica come il passaggio sull’adorazione degli eroi delle celebrità in Savior, o le riflessioni sulla transizione di un membro della famiglia in Auntie Diaries e condivide la sua reazione al fatto che Kanye e Drake abbiano seppellito l’ascia di guerra in Father Time.

È forse in We Cry Together la nuova svolta, il bisogno di disinnescare la bomba per salvaguardare l’intero album. Il brano è un velenoso botta e risposta in cui Kendrick e Taylour Paige interpretano una coppia tossica che si urla contro su un ritmo tetro: «I swear, I’m tired of these emotional-ass, ungrateful-ass bitches», dice Kendrick all’inizio della prima strofa, mentre Paige risponde: «Always act like your shit don’t stink, motherfucker, grow up». Entrambi danno il massimo nel brano dal punto di vista emotivo per una canzone che è disordinata e senza peli sulla lingua.

• Verdena – Volevo Magia

I Verdena mancavano da troppi anni, anni passati a ridefinire i generi e cosa fosse davvero indie, attribuendo spesso quest’ultimo al nuovo cantautorato pop della Generazione Z e intanto alla musica sono accadute molte cose. La musica pop ha preso varie forme e in questa metamorfosi il nostro orecchio si è ormai abituato ad altre sonorità, relegando al rock un ruolo quasi marginale e nostalgico, da ascoltare quando si vuole “tornare alle vecchie chitarre elettriche”. Ascoltando Volevo Magia, il nuovo album dei Verdena, si capisce che parlare di indie rock, in questo caso, è più che mai lecito.

Il brano Paul e Linda è massiccio e irruento ed è ovviamente un omaggio ai Beatles, probabilmente anche il più bello di tutto l’album. Ma dare un significato ai testi dei Verdena è un po’ come uccidere la magia delle loro canzoni. E va bene, perché i Verdena sono perfetti così.

• Post Malone – Twelve Carat Toothache

Dopo un lungo sovraccarico di pensieri e una complessa paralisi creativa, Post Malone supera il blocco dell’artista alla grande e lo fa concentrandosi solo sulla musica, ritirandosi in esilio nel suo “santuario musicale” fra i monti, senza distrazioni o modi di vivere al limite, cambiando telefono e salvando solo alcuni numeri fra cui ovviamente quelli dei parenti.

Twelve Carat Toothache è un album molto personale in cui resta vivo il contrasto “luci e ombre”, classico della musica ibrida di Post Malone, capace di mischiare rap, pop, cantautorato e rock, ma che parla anche molto di vita, nel senso più profondo del termine.


• Fabri Fibra – Caos

Il 2022 è l’anno dei grandi ritorni e porta con sé il re della scena italiana. Anni di attesa possono valere tutto il prezzo del biglietto? Sì, se si parla di Fabri Fibra. Caos è un album che riflette tutti gli aspetti del percorso del rapper mettendo in luce sia il suo lato simpatico e cattivo con brani come Brutto Figlio Di, Goodfellas e Cocaine, sia la natura più prevailing di chi sa che quella scena se l’è guadagnata tutta.

Il progetto è pieno di featuring da Marracash a Colapesce e Dimartino, a Salmo con Guè, Madame, Lazza e il ritorno con Neffa. La sua è vecchia scuola, nulla di nuovo, ma al contempo nuovissimo. Fibra non lascia la sua comfort zone, nella quale è al top del momento mentre gli altri sono giù che aspettano.

• FKA Twigs

È strano pensare che sia già passato quasi un anno dall’uscita del secondo album di FKA twigs, MAGDALENE, una magistrale trasposizione in musica del dolore che si prova quando è il tuo stesso corpo a tradirti: poco prima di realizzare l’album le erano stati rimossi dei fibromi uterini, piccoli tumori che Twigs ha descritto come «fruttiere di dolore» incastonate nell’addome, e aveva vissuto due separazioni finite sotto i riflettori dei media.

Twigs è una delle artiste più incredibili e innovative della contemporaneità che è ancora nel bel mezzo del processo di guarigione, ma appare più disinibita, meno rabbiosa, desiderosa di cantare di sé, dei suoi amici, di gioia su basi che sembrano venire da chissà quali club e discoteca, da Londra alla Giamaica. Caprisongs ha il sapore di una vita respirata a pieni polmoni, di un’euforia che trova nella soddisfazione di una sana collaborazione la sua chiave di volta, di una ragazza che adesso è solo desiderosa di vivere e viversi.

• Francesco Bianconi – Accade


L’ultimo di Bianconi non è adatto ai puristi della musica, ma a chi nelle cover riesce a scorgere nuove possibilità emotive. Accade racchiude dieci brani ispirati dal gusto, dall’empatia, dalla storia e dalla curiosità musicale di Bianconi che ha reso omaggio a grandi cantautori e interpreti della canzone italiana come Francesco Guccini (Ti ricordi quei giorni), Federico Fiumani (L’odore delle Rose), Ornella Vanoni (Domani è un altro giorno), Luigi Tenco (Quello che conta)…

Un modo quello del frontman dei Baustelle per dimostrare che la vita scorre, nonostante tutto, e c’è linfa vitale ovunque, nel nuovo ma soprattutto nel vecchio. Cimentarsi con canzoni altrui è un esperimento, ed è per l’appunto quando c’è un motivo vitale, un motivo vero, che ti costringe a interpretare qualcosa che non è tuo, che la casa in cui entri a rubare magicamente diventa tua.

• Harry Styles – Harry’s House

Siamo ben lontani ormai dalle turbe adolescenziali, dalle fascette post concerto appese alle porte. I One Direction si sono sciolti da un pezzo e l’Harry Styles di adesso è un artista adulto e consapevole dei propri mezzi, che ha studiato e, per osmosi, ha assimilato dai più grandi.

Il frizzante sound da synth-pop anni ’80, il funky da dancefloor, l’R&B caldo e confortante danno spazio anche a ballate sorprendenti, eleganti e più intimistiche come Boyfriends, Matilda e Little Freak. Harry’s House è un album solido ed equilibrato che ridefinisce le coordinate del pop contemporaneo perché è Harry stesso la fuga dalla banalità della vita quotidiana di cui abbiamo bisogno, ma non lo sappiamo ancora.

Allora mi piace salutare quest’anno pensando di aver goduto il giusto della Mia musica – perché è chiaro che è solo mia, personalissima e soggettiva voglia di stare al mondo così – di non aver tralasciato nulla, provando a dare nuova luce alle cose oscure che porto con me e che un po’ tutti eclissiamo dal mondo che vorremmo abitare.

Non fate buoni propositi.

Prendete atto del cambiamento che volete essere.

Agite, oggi.
In silenzio. Con calma, perché la musica aspetta tutti.

Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete. Beati voi che sapete sempre chi siete.
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