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L’amour, la Fantasia e l’Algeria di Assia Djebar

Se ci allontanassimo dai canoni puramente occidentali per conoscere altra letteratura, ci renderemmo conto immediatamente che il panorama è molto più complesso e vasto di quel che appare.

Tutte quelle sezioni delle librerie ignorate per anni, quegli scaffali pieni di autori dai nomi strani o i titoli che appaiono meno accattivanti se paragonati ad altri capolavori e best-seller, ci fissano in attesa di essere scoperti.

E se per caso vi dovesse capitare di imbattervi in un titolo un po’ diverso, tipo L’amour, la fantasia?
Iniziamo col chiarire che di fantasy non c’è neanche l’ombra, purtroppo.
Il romanzo pubblicato dall’autrice Assia Djebar, pseudonimo di Fatima Zohra Imalayen, è un viaggio polifonico tra passato e presente che mira a ricostruire la memoria di quanti sono stati imbavagliati, costretti al silenzio da una storia scritta da soli colonizzatori.

Il titolo è tradotto in italiano come L’amore, la guerra per evitare ambiguità poiché il termine fantasia è una parola araba – lingua materna della Djebar – che significa “ostentazione”/”bravata” e si riferisce ad un gioco equestre chiamato gioco delle polveri, per l’inserimento di polvere da sparo che viene fatta esplodere mentre i concorrenti corrono da una tribuna all’altra.
Il termine fantasia dunque assume significati diversi da Oriente ad Occidente e questo doppio binario, questo dualismo sarà una costante della lettura che spesso costringerà il lettore stesso ad una sorta di straniamento involontario.

Le origini dell’autrice, nata in Algeria nel 1936, così come la sua formazione storica che l’ha vista collocarsi tra i quaranta immortali dell’Académie Française, sono stati fondamentali per la stesura di questo romanzo che fin dall’incipit propone in chiave autobiografica la storia di una bambina che viene salvata dalla segregazione e dalla subordinazione grazie ad un dono speciale che le concede suo padre.
Si tratta della possibilità dell’apprendere la lingua francese, lingua affascinante e possibilità di fuga, che rende la bambina una vera trasfigurazione della collettività.

Ad incrociarsi nel corso della lettura sono le sovrapposizioni che vedono non solo il dato autobiografico, ma anche il tempo della guerra civile e lo sbarco della flotta francese in Algeria. La scelta di non adottare la propria lingua madre – l’arabo – e quindi di comporre in una lingua che ella stessa definisce “cosparsa di sangue” è un sacrificio, una sofferenza che serve però a disseppellire le origini del suo popolo al quale Assia darà voce trascrivendo le parole di donne vedove che hanno solo subito il corso della storia.

In questo susseguirsi di documenti, fonti militari e conquiste maschili, le donne godono di una propria voce e le loro parole sono riportate meticolosamente, nonostante il registro linguistico basso o ripetitivo e le strutture paratattiche.
Solo in questo modo il romanzo riesce ad allontanarsi da una scrittura legata alla soggettività, per regalare una verità che si pone come osservabile da più punti di vista.

I commenti che l’autrice riserva alle fonti di quanti si sono apprestati a scrivere della colonizzazione, degli scontri, senza aver mai realmente partecipato alla sofferenza di quanti erano assediati, sono carichi di disprezzo al punto da definire una finzione quelle osservazioni. Anzi la critica stessa sarà di aver prodotto una storiografia francese ben lontana dall’oggettività.

Il dialogo tra le due lingue, tuttavia, è sempre inconciliabile e anche la scelta dell’adottare il francese per raggiungere una risonanza amplificata sarà causa di acculturazione, certamente, ma anche di alienazione dell’autrice rispetto al suo popolo.
L’ambiguità del dono della scrittura la allontana dall’autorità patriarcale, la scelta di non portare il velo “perché legge” è indizio della sua possibilità di fuggire, di avvicinarsi allo svelamento della verità e alla scrittura, anche quella degli infedeli.

Un romanzo che prova a preservare l’identità culturale di un popolo, ad aprire una finestra sull’enorme orizzonte delle tensioni linguistiche e culturali che convivono non solo nell’autrice ma in un’intera identità collettiva, non può mancare in nessuna biblioteca personale!

Alessandra De Paola

Copertina: via Amazon

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Alessandra De Paola

Ciao! Mi chiamo Alessandra De Paola e sono nata il 25 gennaio 1996, sono dell'Acquario e vi risparmio la fatica di fare calcoli: ho 24 anni mentre vi scrivo. Studio Lettere Moderne e sono redattrice per la Testata Magazine, mi piace indagare vari aspetti della vita così da trovare le mie inclinazioni. Ne ho contate 62, nessuna legata a quella precedente.
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