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Da musa esistenzialista a mattatrice della commedia: l’addio a Monica Vitti

L’indiscussa e poliedrica icona internazionale Monica Vitti ci ha lasciati oggi, all’età di novant’anni, nella grande e immensa Roma che lei amava. 

Ad annunciare triste notizia è stato l’ex sindaco della Capitale Veltroni, tramite Twitter: “Roberto Russo, il suo compagno di tutti questi anni, mi chiede di comunicare che Monica Vitti non c’è più. Lo faccio con dolore, affetto, rimpianto.”

Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, scopre il mondo del cinema prestissimo: la recitazione arriva come una vocazione negli anni delle grandi guerre, tra i drammi della povertà e i burattini con cui giocava insieme ai suoi adorati fratelli.

È stata proprio la Vitti a raccontare di quando metteva in scena dei veri e propri spettacoli in casa per distrarre i fratelli dalle esplosioni delle bombe. È nell’ambiente casalingo che nasce il suo pseudonimo, dal nomignolo “Setti vistini”, così come la chiamavano amici e familiari; per la sua capacità di cambiare gli abiti di scena in un lampo, ricordava un personaggio di “Fregoli”. Il cognome invece le ricordava, affettuosamente, la madre Adele Vittiglia.

Quarant’anni di carriera costellati di soddisfazioni e riconoscimenti, ma anche dall’arduo ruolo da ricoprire, quello di icona, non soltanto internazionale, bensì mondiale.

Per l’attrice il successo arriva nel 1955, quando debutta al cinema con Adriana Lecouvreur di Guido Salvini, per poi divenire la musa esistenzialista di Antonioni. Il cinema dell’incomunicabilità assume il suo volto con titoli quali “La notte, “L’eclisse” e, ancora, “Deserto rosso”, manifesto dell’esistenzialismo puramente antoniano. 

La fine del rapporto artistico e sentimentale con il regista segna un cambio di rotta per la carriera della Vitti. “La lepre e la tartaruga” funge da spartiacque tra l’esistenzialismo antoniano e una nuova visione artistica che ha reso l’attrice una vera e propria mattatrice della commedia all’italiana.

Tale processo è avvenuto gradualmente, poiché la struttura della commedia all’italiana, fino a poco più tardi degli anni Sessanta, tendeva a relegare i personaggi femminili in ruoli pressoché marginali.

Sarà “La ragazza con la pistola” del 1968 a rendere giustizia alla verve comica della Vitti. Rodolfo Sonego e Luigi Magni scrivono per lei il personaggio di Assunta Patanè, una donna siciliana sedotta e abbandonata che insegue l’uomo fino in Inghilterra per dimostrare che si può essere libere e onorate senza passare per il delitto d’onore.

Una bellezza anticonvenzionale che, con i suoi capelli arruffati e l’immancabile sigaretta tra le labbra, ha rivoluzionato il concetto di bellezza dei suoi anni, il quale vedeva sulla scena il prototipo della donna prosperosa come Gina Lollobrigida o Sophia Loren.

La Vitti ha sempre rinunciato a qualsiasi tipo di ritocco o cambiamento della sua immagine ma, anzi, facendo del suo fisico longilineo, la sua carnagione chiara e le sue lentiggini, punti di forza anticonformisti.

La ragazza con la pistola, Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa: Monica Vitti è stata tutto questo… e non solo.

Catia Bufano

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Catia Bufano

Laureata in Lettere Moderne, studia attualmente Filologia Moderna presso l’università di Napoli Federico II. Redattrice per La Testata e capo della sezione Fotografia. Ama scrivere, compratrice compulsiva di scarpe, non vive senza caffè. Il suo spirito guida è Carrie Bradshaw, ma forse si era già capito.
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