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Luoghi da visitare una sola volta: la Foresta dei Suicidi

Alle pendici del Monte Fuji, in Giappone, si estende per circa 35 km² la foresta di Aokigahara, detta anche “Jukai” che significa letteralmente “mare di alberi”.

Ma perché questa fitta distesa di alberi e arbusti è così famosa? 

Il tasso dei suicidi in Giappone è tra i più alti al mondo, soprattutto a causa della pressione sociale. Nell’antichità giapponese il suicidio era spesso considerato un rito nobile (pensiamo ai samurai che praticavano seppuku) mentre oggi colpisce soprattutto i giovani che si sentono oppressi dalla società e dai suoi ritmi frenetici. Uno dei luoghi simbolo di questo disagio è proprio la foresta di Jukai


Nel 1960 il popolare scrittore giapponese Seicho Matsumoto ambientò in questo luogo il proprio romanzo Nami no tō, in cui narrava la vicenda di due amanti che si tolsero la vita, accrescendone la fama nefasta. In realtà già precedentemente, la foresta era conosciuta come il luogo in cui si sceglieva di porre fine alla propria esistenza, diventando così nell’immaginario collettivo la famosa foresta dei suicidi. Era infatti la meta designata per la pratica giapponese denominata ubasute che prevedeva l’allontanamento di persone anziane o infermi, dalle proprie comunità, durante i periodi di carestia. Dal suicidio volontario di queste persone si sarebbero poi originati spiriti maligni e rancorosi, yūrei, che secondo la leggenda abitano ancora quella foresta e tormentano con i loro lamenti gli sventurati “turisti”. 


Dal 1950 al 1988 si sono registrati circa 30 suicidi all’anno tanto che il governo giapponese ha disposto all’entrata dei cartelli con numeri di telefono per sostegno psicologico e frasi di supporto con l’intento di distogliere le persone dal commettere suicidio: 
“La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo”. 

Un altro importante consiglio scritto è quello di non abbandonare il sentiero. La foresta è talmente fitta che è davvero facile perdersi. Inoltre, a causa del forte magnetismo provocato dai giacimenti di ferro, cellulari, GPS e bussole non funzionano.

Per questi motivi è difficile stabilire il numero esatto di sparizioni e per far fronte a questa situazione vengono formate squadre di ricerca per scovare potenziali suicidi o eventuali cadaveri. Molto spesso non mancano corpi impiccati o resti umani che non fanno altro che aumentare la fama oscura di questo luogo e la sua aura sinistra. 


Ma cosa spinge le persone a farla finita?

Se non ci sono motivi a priori, spesso, si dice, sia a causa del silenzio pesante della foresta. In quella macchia di vegetazione gli alberi sono talmente fitti e intrecciati tra loro che non riesce a passare nemmeno il vento. Ogni minimo rumore può sembrare un’eco infernale proveniente dalle grotte laviche o peggio ancora dalla propria mente. Non tutti quelli che entrano in Jukai vogliono farla finita, spesso a morire sono escursionisti che perdono la strada. Per questo si trovano spesso nastri legati ad alberi che dovrebbero servire a indicare il percorso da seguire attraverso quel mare nero in cui molti vogliono annegare. 


Le numerose testimonianze parlano di una grande tristezza, un senso di smarrimento di cui è facile cadere preda, all’interno di questo labirinto considerato il posto perfetto in cui morire, con il suo clima gelido e il sole che raramente rischiara il sentiero di chi è vittima della propria fragilità, di chi infrange se stesso. 

Maria Cristiana Grimaldi 

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Mariacristiana Grimaldi

Maria Cristiana Grimaldi, classe ‘92, laureata in Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, scrive per “La Testata” e il collettivo letterario “Gruppo 9”. Docente di italiano e storia, è stata rapita dagli alieni e ha dato alla luce due gemelli eterozigoti, un maschio e una femmina, che presto domineranno il mondo.

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