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Medicina rigenerativa: tra cellule staminali e tecniche di clonazione

Sentiamo spesso parlare delle possibili applicazioni delle cellule staminali nell’ambito della medicina del futuro.

Ma perché la donazione del cordone ombelicale del nascituro costituisce una risorsa così preziosa?

Potremo un giorno ottenere la cura definitiva a patologie cardiache e neurologiche irreversibili?

Era il 22 febbraio del 1997 quando gli scienziati della Roslin Institute in Scozia a Edinburgo annunciarono la nascita di Dolly, il primo mammifero ad essere clonato con successo a partire da una cellula somatica la quale però, sarebbe vissuta solo 7 anni fino al sopraggiungere della sua morte, a causa dell’insorgenza di un’artrite, nel remoto febbraio 2003.

Il suo nome deriva da quello della nota cantante country Dolly Parton, i meccanismi di clonazione consistono infatti nell’inserimento in una cellula uovo anucleata di un nucleo di una cellula di un individuo adulto e, a quanto pare, la cellula utilizzata per la clonazione fu proprio una cellula mammaria.

Difatti Dolly avrebbe avuto un individuo fornente il nucleo della cellula non germinale e dunque il patrimonio genetico, un altro fornente la cellula embrionale denucleata e infine una madre surrogata. Oggi potete trovarla imbalsamata presso il National Museum of Scotland.

Ma quanto conosciamo le applicazioni delle cellule staminali nell’ambito della medicina rigenerativa e perché potrebbero costituire una possibilità di allungamento delle nostre aspettative di vita?

Le cellule staminali, o cellule multipotenti, potrebbero fornire una valida soluzione all’impedimento nella capacità auto-rigenerativa delle cellule permanenti in quanto, non possedendo una specifica funzione e non avendo ancora subito alcun processo di differenziamento cellulare, potrebbero divenire la cura definitiva a patologie derivanti da un danno tissutale irreversibile come malattie neurologiche e cardiache.

A tal proposito il cordone ombelicale costituisce un vero e proprio serbatoio di cellule staminali pluripotenti, ecco perché la donazione di quest’ultimo risulta essere una risorsa preziosa.

In Italia oltretutto non è consentita la conservazione per uso autologo del sangue del cordone ombelicale, tranne in casi di patologie tra i consanguinei del nascituro, per cui risulterebbe valido l’utilizzo terapeutico di queste ultime.

In caso di donazione volontaria, effettuabile in modo anonimo e gratuito rivolgendosi ai reparti di ostetricia e ginecologia, queste ultime verranno poi conservate in apposite “banche del sangue cordonale” in modo da essere adoperate per successivi trapianti.

Tuttavia, è possibile prelevare le cellule staminali anche da fonti differenti dal cordone ombelicale come il sacco amniotico, il sangue, il midollo osseo, la placenta e i tessuti adiposi.

Per quanto concerne l’utilizzo in ambito terapeutico delle cellule totipotenti invece, il loro impiego è ad oggi precluso dai principi bioetici mondiali in quanto causa l’eliminazione dell’embrione a seguito dell’espianto di tali cellule, seppur presentino la possibilità di originare tutti i tipi cellulari dell’organismo.

Siamo oltretutto a conoscenza di tecniche di retrocessione dell’orologio biologico di cellule già differenziate che potrebbero parimenti ritornare staminali, le cosiddette cellule pluripotenti “indotte”.

Potranno le cellule somatiche costituire una speranza per il futuro?

Denise Bossis

Vedi anche: The Bleeding Edge: incubi distopici in campo medico

Fonte immagine: https://www.sanitariasportiva.com

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