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Fargo: il gelido Minnesota vi aspetta!

Se, come me, dopo l’ultima stagione di The Crown siete rimasti orfani di serie interessanti da seguire, vi aggirate raminghi tra le varie piattaforme di streaming in cerca di qualcosa che non vi deluda, che non vi regali speranze nel trailer che poi verranno disattese alla terza puntata, allora Fargo è quello che state cercando.

C’è da premettere che ho cominciato a seguire Fargo solo dopo la terza recensione attendibile di amico affidabile, motivo per il quale se voi non voleste seguire il mio consiglio io non mi offenderei.

Quindi, diciamo che sono qui a cantare il mio amore per questa serie più che a pubblicizzarla. Se poi questo articolo dovesse esservi utile in qualche modo, tanto di guadagnato.

Fargo è una serie antologica, in quattro stagioni: la prima andata in onda negli USA nel 2014, l’ultima nel 2020 (su Sky da novembre 2020). La serie, ideata da Noah Hawley, trae ispirazione dall’omonimo film dei fratelli Coen del 1996, i quali figurano tra i produttori esecutivi della serie stessa.
La serie vanta un cast di tutto rispetto tra cui Billy Bob Thorton, Martin Freeman (il John Watson di Sherlock), Kirsten Dunst, Ewan McGregor, Bob Odenkirk (Saul Goodman di Better call Saul, per intenderci) e udite, udite, Salvatore Esposito.
Alla sua uscita nel 2014 la serie ha fatto incetta di premi guadagnandosi il premio alla miglior regia e al miglior casting agli Emmy Awards 2014 e il premio come miglior miniserie ai Golden Globe 2015, dove Billy Bob Thorton ha, inoltre, trionfato come miglior attore protagonista.

Le prime tre stagioni, visibili su Prime Video, presentano tre diverse storie di omicidi che poco o nulla hanno a che fare l’una con l’altra, come è ovvio che sia in una serie antologica. Omicidi efferati, spesso concatenati o a volte del tutto casuali: storie vere di omicidi partoriti da menti diaboliche, ma anche omicidi del tutto involontari, frutto dell’errore, di una perversa casualità, di una mano inconsapevole, a volte persino innocente.

Quello rappresentato in Fargo è un mondo in cui il male si abbatte funesto sulla dimensione della normalità, di una tranquilla quotidianità e la sconquassa, ne lacera irreversibilmente la calma, la serenità, la noiosa ma rassicurante routine. Personaggi banali, mediocri, imbrigliati in una vita monotona fatta di piccoli sogni e striminzite soddisfazioni, toccati anche solo di sfuggita dal male ne rimangono corrotti, irrimediabilmente sedotti.

Da questo breve contatto in poi ogni stagione è un fiume ininterrotto di sangue: le vite segnate dal male cambiano in modo radicale, in peggio ma a volte anche in meglio. Perché il male che si vede in Fargo può anche essere catartico, può rivelare la stradava seguire, le ambizioni mortificate da una vita mediocre, un’indole soffocata dal perbenismo asfissiante delle realtà di paese. Queste vite cambiano per non tornare mai più le stesse.

Sullo sfondo quello che a me pare il vero protagonista della serie: un perennemente innevato Minnesota. Inquietante nelle dimensioni, nella angosciante vastità degli spazi, nel silenzio e nella desolazione delle sue strade, nella miseria delle vite che lo popolano.

Le prime tre stagioni sono ambientate in epoche diverse e distanti: 2006 la prima, 1979 la seconda, 2010 la terza. Eppure il Minnesota sembra attraversare il tempo senza mai cambiare davvero i suoi connotati: un luogo senza tempo, che non evolve nei paesaggi, nei costumi, in quell’urbanistica così inconcepibile agli occhi di un europeo.

Passano i decenni e il Minnesota rimane quel posto con la densità abitativa del Sahara, con la vita sociale di un paesino di 2000 anime del beneventano, quel posto in cui squallidi bar servono qualsiasi pasto accompagnato da un bicchiere di latte, in cui ogni casa ha un armadio che funge da deposito armi degno di un arsenale militare, in cui ogni città, che sia Duluth, Luverne o Saint Cloud, somiglia all’altra: innevata e disabitata.

Siete liberi di non fidarvi di me, ma vi assicuro che Fargo è la serie che state cercando. Lei vi aspetta, paziente, su Prime.


Illustrazione esterna di Simone Passaro

Valentina Siano

Valentina Siano, classe ’88, professoressa per amore, filologa per caso. Amo la scrittura come si amano quelle cose che ti riescono al primo colpo, non sapresti dire bene come. Scrivo di cultura e spettacolo perché amo il cotone verde del mio divano e il velluto rosso dei sediolini dei teatri. Leggo classici, divoro serie, colleziono sottobicchieri. Sono solo all’inizio della mia scalata alla rubrica gossip di Vanity Fair.

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