Toccami e t’ammazzo: la pianta dei suicidi

Sembra innocua e davvero affascinante: parliamo della Dendrocnide moroides, pianta australiana dalle foglie larghe e a prima vista soffici che sono però ricoperte di aculei.

È conosciuta anche come “la pianta dei suicidi”, perché dopo averla toccata si entra in contatto con il suo veleno che produce un dolore tale da desiderare la morte.

Il suo messaggio resta inespresso: “Toccami e t’ammazzo”.

L’Australia è un luogo magico che spesso attira l’attenzione degli abitanti dell’emisfero boreale. Vuoi il clima, vuoi il paesaggio, vuoi la flora e la fauna… un insieme di elementi belli da morire. E bella da morire è proprio la Dendrocnide moroides, una pianta che sembra assolutamente innocua mentre invece nasconde una natura malvagia.

La Dendrocnide moroides si presenta come una pianta dalle foglie di un verde intenso, molto ampie, a un primo sguardo sembra essere soffice, invita ad essere toccata. Nulla di più sbagliato! Quella che sembra una soffice peluria è in realtà una distesa di velenosissimi aculei che, una volta conficcatisi nella pelle, rilasciano una neurotossina capace di provocare un dolore lancinante che raggiunge il picco della sua potenza entro trenta minuti. Da quel momento in poi il veleno è capace di provocare dolore in modo continuativo anche per anni se gli aculei non vengono correttamente estratti dal corpo.

Pianta che trova il suo habitat naturale nella foresta pluviale, dove arriva a raggiungere anche i tre metri d’altezza. Le foglie sono cuoriformi, con i margini leggermente dentati, lunghe circa 12-22 cm e larghe 11-18 cm. Belle da morire.

Sono molteplici le storie di uomini che per sbaglio o volontariamente sono entrati in contatto con gli aculei della Dendrocnide moroides; le storie popolari raccontano di cavalli che si sono gettati giù da dirupi sperando di morire per poter sfuggire al dolore inflitto dalla pianta; un’altra storia racconta di un ufficiale australiano che ha deciso di infliggersi un colpo di pistola piuttosto che sopportare l’irritazione causata dagli aculei. Una volta entrati in contatto con gli aculei si desidera morire o ci si uccide. Ed ecco perché è stata simpaticamente rinominata “la pianta dei suicidi”.

Il contatto con le foglie e i ramoscelli permette ai peli cavi con punta di silice di penetrare nella pelle. La sensazione provata è quella di un bruciore estremamente doloroso, che raggiunge il picco entro trenta minuti, con un dolore che può persistere da uno o due giorni ad anni, ripresentandosi in modo più intenso ogni volta che la zona interessata viene toccata, esposta all’acqua e alle variazioni di temperatura.

Singolare è la testimonianza di Ernie Rider che nel 1963 fu schiaffeggiato in pieno viso con busto e fogliame della pianta. Raccontò che per i primi due o tre giorni il dolore era quasi insopportabile, impedendogli perfino di dormire. In seguito il dolore si affievolì molto poco, persistendo per due anni e accentuandosi ogni qualvolta facesse una doccia. Un dolore “dieci volte peggiore a qualsiasi altro dolore”.

Esiste un trattamento per ridurre l’entità del dolore?
I medici consigliano di applicare acido cloridrico diluito sulla parte interessata e di estrarre i peli. In che modo? Può sembrare banale, ma con una semplice striscia di ceretta. L’operazione va fatta con la massima attenzione, avendo cura che gli aculei estratti siano intatti perché proprio nelle punte è concentrata la maggior quantità di veleno.

La foresta pluviale dovrebbe avere un cartello di raccomandazione all’ingresso: “guardare ma non toccare”.
Perché è vero che l’Australia è ricca di cose belle, ma belle da morire.

 

Francesca Caianiello

Foto di Marina Hurley

Vedi anche: “L’amore ai tempi del colera”, tra autobiografia e amore eterno