Le mestruazioni nei lager: l’incubo che nessuno racconta

Una donna, magari una ragazza, viene deportata, magari ad Auschwitz, e improvvisamente, una volta uscita dal treno, tra le ansie e la disperazione pensa: “E come farò col ciclo?”

Non è una supposizione, è un fatto realmente accaduto, a Liliana Segre, a 13 anni.

E non solo a lei, anche a Charlotte Delbo, una partigiana francese che faceva i conti con la paura di essere diventata sterile, e a moltissime altre donne, tutte.

Ma chi ne parla?

La storica Jo-Ann Owusu in un articolo pubblicato su History Today. Ne parla Sibyl Milton, in un approfondimento sulla sorellanza femminile messa in atto durante le mestruazioni.

Ma il ciclo è un argomento ancora così ignorato, passa in secondo piano, trattato con superficialità, quasi faccia ancora paura l’idea di questo periodo naturale e spontaneo legato alla figura femminile, quasi debba essere nascosto. Nella vita quotidiana sento usare termini sostitutivi, perché non sia mai urti la sensibilità di qualcuno questa parola così aggressiva, così offensiva!

E la storia, si sa, è racconto di vita, di vita passata, ma pur sempre vita. Quindi ecco che la storia ci viene raccontata così come il presente che viviamo: censurata negli aspetti quotidiani.

Dell’olocausto ormai conosciamo tutto, specialmente i dettagli delle giornate nei lager, questo ovviamente grazie alle testimonianze dei coraggiosi sopravvissuti.

Ma di un elemento così reale, così ovvio, eppure così problematico in quelle circostanze, come le mestruazioni, non sappiamo assolutamente nulla.

Il ciclo nei campi di concentramento era un problema, un motivo di vergogna per le donne, che ogni mese dovevano escogitare stratagemmi per non subire umiliazioni, per cercare di contenere il flusso. Non ci si poteva lavare, la biancheria scarseggiava, il sangue rimaneva addosso, simbolo della disumanizzazione, ma anche, per alcune, salvezza.

Per molte donne quel flusso era una certezza, la certezza di non essere stuprate dalle guardie.

Per altre era motivo di unione, di sorellanza, simbolo di sofferenza condivisa.

Molte, come Julia Lentini, una diciassettenne deportata, strappavano la biancheria per fare delle pezze da conservare gelosamente sotto il materasso. Quelle pezze pulite erano l’unica sembianza di umanità.

Altre subivano il trauma dei lavori forzati, delle violenze, e in assenza di mestruazioni temevano di diventate sterili.

Altre ancora, dopo gli stupri subiti, accoglievano l’arrivo del ciclo con sollievo, perché le gravidanze nei lager erano una faccenda decisamente più problematica.

Le reazioni, come leggiamo, erano innumerevoli.
Alcune non provavano vergogna, anzi, ne parlavano, per esorcizzare la paura, per creare una connessione.

Ma tutte, ogni mese, dovevano fare i conti con l’arrivo del ciclo.

E noi, che a scuola nascondiamo gli assorbenti prima di andare al bagno, o che facciamo una risatina quando ne cade uno dallo zaino, che “ho le mie cose”, che non combattiamo e continuiamo ad accettarli come “beni di lusso”. 

Noi, che non dobbiamo fare i conti con la scarsa igiene, l’assenza di biancheria, l’umiliazione pubblica, il disagio di essere donne.

Noi dovremmo considerare anche il diritto di avere le mestruazioni in santa pace, no?

 

Angela Guardascione  

 

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