“We are who we are” e non dovremmo chiedere scusa  

L’adolescenza con i suoi drammi e le sue inquietudini fa da cornice alla vita incasinata e fuori contesto di due anime che cercano a tutti i costi di saltare fuori dal guscio.

Siamo quelli che siamo, è vero, nonostante ci carichino di aspettative e ci cuciano addosso dei vestiti troppo rosa e, a forza, in pendant con i capelli.

Ma ci vuole coraggio a lasciarsi andare.

A sbattere di corsa la porta di casa in cerca di una nuova avventura che i grandi non potrebbero capire.

Ci vuole coraggio a stare sull’attenti e dire “sì signore, sarò come desidera!”.

Diventare, trasformarsi, essere.

Essere al di là degli stereotipi e delle convenzioni sociali.

Capirsi e scoprirsi diversi, autentici.

Siamo quelli che siamo, anche se ci sforziamo di sopportare il ronzio dei giudizi e lottiamo per liberarci dai fastidiosi rumori.

È quello che sembra comunicarci Luca Guadagnino in We are who we arenuova serie (capolavoro) approdata su Sky Atlantic il 9 ottobre e che segna il primo flirt d’amour del regista con il medium televisivo. Così come Chiamami col tuo nome, il film che lo ha consacrato all’Olimpo dei registi, Guadagnino torna a intrecciare le culture e la sessualità, gli Stati Uniti e l’Italia, studiando identità e approfondendo sensazioni.

Una storia a puntate racconta la strana e ambigua amicizia tra FraserCaitlin, interpretati rispettivamente da Jack Dylan Grazer e Jordan Kristine Seamón.

Quattordicenne e americano lui, sottratto dalla comfort zone di New York, si trasferisce in una base militare in Veneto con la madre Sarah e la compagna Maggie (entrambe al servizio dell’esercito americano) e sarà, fin dal primo momento, “il tipo con due madri”.

Fraser è spaesato, ha il brutto vizio dell’alcol e i suoi bermuda color leopardo di certo non lo aiutano. Non socializza, è silenzioso, veste Raf Simons ed è in compagnia solo delle sue cuffiette. Non sa come radersi la barba, né come mostrarsi gentile alla madre Sarah su cui vomita tutta la colpa di quella vita infelice.

Di origini nigeriane, spavalda e apparentemente ambiziosa lei, che vive da anni con la sua famiglia nella base e parla italiano. Caitlin legge Walt Whitman, ha un fidanzato con cui non è sicura di voler fare sesso, sente che il suo corpo non è quello giusto ed indossa le enormi polo a righe del papà che rendono non proprio facile la comunicazione con la madre. Quando può si fa chiamare Harper.

Entrambi, Fraser e Caitlin, si sono trovati all’interno di una base militare costretti a lasciare la vita che hanno imparato a conoscere. I due americani, sballottolati in Veneto dalla carriera di mamme e papà, si sono scoperti simili, agitati dalle stesse paure e dalle stesse scoperte.

Fraser ha capito di provare attrazione per gli uomini e prende una cotta per Jonathan, il collaboratore di sua madre Sarah.

Ha fame, si vede da come lo guarda. Fame di novità emozionali.

Caitlin, invece, mette in discussione la sua femminilità e si è scoperta avere un lato super mascolino, arrivando ad odiare le sue forme femminili.

Insieme, i due american outsider si avventurano alla ricerca (quasi) filosofica della propria identità. Sono in confusione, esattamente come lo siamo tutti a questo pianeta.

Ognuno con i propri drammi e le proprie debolezze.

Allora si supportano, lui regala dei vestiti da uomo a lei, fingono di stare insieme per non destare curiosità negli altri e tra i due scatta qualcosa, una molla che smuove l’intera atmosfera di quell’irrealtà.

Il contesto di una base americana in terra italiana è uno dei punti cardine di tutta la storia che We are who we are ci racconta: i militari e le loro famiglie si muovono, vivono come se fossero in una piccola cittadina, che però ha la forma di una grande bolla ferma nel tempo e nello spazio, uno spazio dove ogni giorno è esattamente uguale a quello precedente, dove si è sempre sorvegliati identificati tramite un documento.

Fraser e Caitlin non sono fatti per le regole e nemmeno per le imposizioni genitoriali. Il loro mondo è così caotico che tutti quei colori potrebbero esplodere da un momento all’altro e macchiare quel grigio così puro e triste.

Tutto sbanda, niente è lineare così come l’identità dei personaggi.

In un contesto così zeppo di regole e imposizioni, che costringe a divise e violenza, che condanna alla sua visione della realtà, che ingloba e mette alle strette, Guadagnino non fa altro che spararci in faccia, con violenza, quel senso di libertà che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo bramato e desiderato.

E lo fa sperimentando l’individualità dei suoi personaggi con una continua ricerca di ognuno e di quello che si è qui e ora, senza maschere o vecchi cappotti.

Nell’attesa di riconoscerci, diamoci tempo, sapremmo scoprici.

Siamo quelli che siamo, e non dovremmo mai chiedere scusa.

 

Serena Palmese

Vedi anche: La carica queer dell’arte in Call Me By Your Name

 

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