Intervista ad Ilaria Di Roberto: il web come minaccia, dal revenge porn alla trappola della setta on-line

Un caso da oltre diciassette denunce in corso, che ha scosso l’Italia dal salotto di Barbara D’Urso fino a quello di Giancarlo Magalli.

Stiamo parlando di Ilaria Di Roberto, vittima tre volte di revenge porn e diffusione di materiale pornografico, e nel recente 2019 ritrovatasi a far parte di una cybersetta, ovvero una setta che opera online.

Prima di leggere questa storia vi chiedo di armarvi di empatia e di mettere da parte il pregiudizio, poiché stiamo parlando di una storia di abusi, spesso dai tratti indefiniti ed indefinibili, ma pur sempre abusi psicologici molto gravi che Ilaria ha deciso di raccontarci, riponendo fiducia nella nostra redazione e nella sensibilità dei nostri lettori.

Ciao Ilaria. Pensavo di iniziare quest’intervista parlando della tua storia dagli “albori”, dato che molti dei nostri lettori possono non conoscerla…

«Certo. Nel 2016 sono vittima per la prima volta di revenge porn con un ragazzo di Taranto che conosco su Facebook. Io mi innamorai di questo ragazzo e lui di me. Col passare dei giorni iniziò a chiedermi delle foto; per me era la prima volta, ma lui mi mise con le spalle al muro, facendomi capire che se non avessi soddisfatto le sue richieste mi avrebbe lasciata. Per compiacerlo, dunque, gli mandai queste foto e video abbastanza “spinti”. Il ragazzo in questione di lì a poco mi lasciò ed io iniziai a capire che le mie foto stavano girando tra i suoi amici, teoria che poi mi confermò la sua ex ragazza, la quale mi raccontò che era sua abitudine inviare materiale pornografico anche di altre ragazze, in particolar modo ricordo una ragazza di Perugia addirittura minorenne.

Io sono stata vittima di revenge porn tre volte. La seconda volta nel 2017, quando vennero pubblicate su un sito porno dei fotomontaggi, quindi foto che mi ritraevano in volto estrapolate da Facebook associate però a foto di ragazze nude dal collo in giù. La terza volta, che tra l’altro l’ho scoperto a fine 2019, da parte del ragazzo con cui stavo nel 2017 utilizzando una foto che avevamo scattato in uno dei nostri momenti intimi.»

Capisco Ilaria, è davvero straziante anche solo ascoltarlo.
Prima di passare alla vicenda più recente, ossia quella della setta, vorrei farti un’altra domanda sempre legata al revenge porn, diciamo “gemella”.

Abiti in un centro poco abitato, correggimi se sbaglio; Cori, provincia di Latina, 10mila abitanti. Si sa, nei piccoli centri spesso si parla molto degli altri.
Tu come hai vissuto queste esperienze in paese?
Ho letto che non hai avuto molto supporto, anzi molti hanno mostrato nei tuoi confronti un atteggiamento denigratorio.

«Questo aspetto mi sta particolarmente a cuore. Come hai specificato, a Cori vivono pochi cittadini, costituito da cittadini che hanno una mentalità imperniata a quelli che sono dettami ideologici arcaici, pressappoco. Quindi succede che quando una donna è vittima di revenge porn, oltre al danno subisce anche la beffa.

Nel mio caso, mi sono sentita dire che io me la sia cercata, che potevo evitare di farmi le foto da troia, hanno detto ai giornalisti che io vado in giro coi tacchi a spillo (roba che io non ci so neanche camminare, essendo stata investista a diciannove anni), che ho relazioni con persone anziane. Alcune persone addirittura, in paese, mi prendevano in disparte e mi chiedevano “ti ho vista sul sito, quanto prendi a botta?”.

A seguito dell’episodio della setta, alcuni miei concittadini mi passavano accanto facendosi il segno di croce.

Le molestie sono capitate anche a mia sorella, che infatti tutt’oggi accompagno al lavoro.

Tutti i miei amici hanno smesso di parlarmi, i miei unici amici sono virtuali, mia madre, mia sorella, mio cognato e i miei cani.

In più vorrei specificare che in molti si sono accaniti sui social dopo le mie interviste ed ospitate in tv, spingendomi al suicidio due volte, ora per fortuna sono in psicoterapia.»

Mi hai accennato alla setta, ovvero la cybersetta che si era presentata a te come una società. Ricomponiamo i pezzi del puzzle: nel 2019 ti ritrovi in ristrettezze economiche e cerchi un lavoro, giusto?

«Ci troviamo a fine maggio 2019, io mi ero appena separata dal ragazzo che credevo fosse l’uomo della mia vita. Mi ritrovavo senza lavoro poiché ero stata mandata via a causa del revenge porn, precedentemente lavoravo come assistente sugli scuolabus. Ero depressa, vivevo in una casa popolare… ero stanca di stare così.
Così pensai di cercare un lavoro online.
Vidi sui social la pubblicità di uno studio esoterico, io ero affascinata dall’esoterismo e lo praticavo ma non a scopo di lucro, ovviamente. Diciamo che per hobby leggevo le carte alle mie amiche. Depressa e poco lucida contattai questa società.

Ben presto mi arrivò la risposta del vicario che si presentò a me come psicologo, mi disse di avere questo studio esoterico da circa cinque anni e agenzie investigative in tutta Italia. Pensa, mi disse anche di essere un hacker. Io, a mia volta, gli spiegai che ero una scrittrice, ma che le vendite del mio libro non erano andate bene, che ero insoddisfatta della mia vita.

Lui in questo frangente mi disse:io credo di conoscerti.
Quando io gli risposi:come fai a conoscermi? Per il mio libro?”, lui mi rispose: “no, ti conosco perché una ragazza mi ha inviato le tue foto e quelle di un ragazzo”.

Ed io rimasi di stucco. Se ricordi ti ho detto che nel 2017 stavo con un ragazzo, bene, la sua ex aveva mandato una foto alla suddetta società per chiedere un rito di separazione.

Dopo questo racconto, mi propose un lavoro. Mi disse “non tutti i mali vengono per nuocere, io domani avrei messo il 5% delle azioni societarie all’asta, quindi ho bisogno di dipendenti. Vieni a lavorare per me.”

Così mi mandò il primo cliente, gli lessi le carte e andò tutto bene.

Firmai il contratto “a distanza”, mandando (ingenuamente) la foto della mia firma su un foglio di carta, seguito dal benvenuto in società e promesse di agevolazioni e sostegno.

Vista la mia bravura, quest’uomo mi offrì la possibilità di diventare sua socia, firmando una cambiale di 40.000 euro per acquistare quel famoso 5%. C’è da dire che io sono completamente ignorante in materia e non sapevo neanche cosa fosse una cambiale. Tuttavia vado in tabaccheria a prenderla, la firmo e la do ad un tramite.

A distanza di qualche giorno, voleva farmi firmare una perizia che aveva a che fare col logo della società; nella prima pagina degli incartamenti leggo “Ilaria Di Roberto – esperta in marketing e diritti d’autore”. Così io mi rifiutai perché non avevo titolo che mi permettesse di firmare cose del genere. Lui si arrabbiò molto e mi diede dell’ingrata e la mia bassa autostima ed insicurezza fecero sì che gli obbedissi ancora una volta, firmando la perizia.

A giugno all’improvviso mi disse “Non mi piace come stai lavorando, sei troppo affettuosa con i clienti. Devi dirgli quello che vogliono sentirsi dire, per poi spillargli i soldi. Ilaria svegliati. Sei entrata in una cerchia di truffatori senza precedenti, noi siamo una setta. I clienti vanno spennati, pensi davvero che passiamo le nottate a fare filtri e minchiate? Noi qui campiamo di spaccio.”

Io pensavo si trattasse di uno scherzo, ma non lo era.

La setta era una struttura gerarchica e lui rappresentava il capo, affiancato da un avvocato e da una segretaria. Al di sopra di lui vi era un ulteriore capo, l’ipnotista.

Mi disse, poi “Tu devi stare tranquilla, per noi i soci sono sacri. Noi truffiamo solo i clienti. Però se provi a dire a qualcuno quello che facciamo, io ti faccio fare una brutta fine”. Per brutta fine intendeva minacce, cattiva pubblicità nel web, furti (un ex-adepto si mise in contatto con me e mi disse che era riuscito ad entrare nei suoi conti bancari e che lo faceva seguire fino a casa).

Oltre tutto ciò, mi mise di fronte ad una serie di prove.
Ogni notte mi faceva ipnosi telefoniche da mezzanotte fino alle cinque del mattino, durante le quali mi diceva che ci eravamo già conosciuti in una vita precedente in cui io ero una strega e lui un inquisitore che mi aveva fatta bruciare.
La mia anima apparteneva al demonio e facendomi bruciare mi aveva salvata. Disse che era la reincarnazione di un seguace di Hitler che era con lui nel ’33. La setta era governata da uno spirito chiamato Cornelio e dalla presenza delle truppe di Alessandro Magno. Diceva cose assurde, ma io vedevo scene ben definite.

Come prima prova mi chiese di far abuso di sostanza stupefacenti, lui era solito unire 30 grammi di cocaina con del bicarbonato di sodio e chiamare questa sostanza “sacra farina”. Io essendo contro ogni tipo di droga mi rifiutai, inventando di avere una storia di abusi alle spalle. Lui non si arrabbiò, ma mi impose di tatuarmi il logo della società, che ora ho sulla spalla sinistra.

Il giorno dopo passammo alla terza prova. Mi chiese fare un video in cui giuravo fedeltà alla società e ad Hitler. Ed io lo feci. Mi feci installare sul cellulare un programma di controllo da remoto, lui poteva leggere e vedere tutto ciò che era all’interno.

Il 12 luglio 2019 mi disse che dovevo imparare a truffare il cliente, chiedendo una partita iva su ogni commissione fatta.

Ero in vivavoce con mia madre di fianco che mi disse Ilaria se fai una cosa del genere ti caccio di casa, io non ti ho cresciuta così. Non ti ho insegnato a rubare

Per la prima volta mi rifiutai al vicario e da lì iniziarono le minacce, anche di morte.»

 

Ilaria, ho la pelle d’oca, credimi. Io adesso parlando con te però ascolto una persona lucida, sicura, credo ben diversa dall’Ilaria che è stata vittima del vicario. Quindi, la domanda che voglio farti, per le persone che magari si ritrovano in questo momento a subire abusi psicologici: cosa ti ha aiutato maggiormente? La psicoterapia, l’amore dei tuoi familiari…?

«Come hai detto tu, l’amore di mia madre e mia sorella. Dopo il mio secondo tentativo di suicidio, mia madre mi ha portata da una psicoterapeuta, la quale mi ha spiegato che il problema derivava dalla mancanza di autostima che è nata negli anni a causa di vari fattori negativi come il bullismo e gli abusi.

Il consiglio che posso dare alle vittime di abusi (spesso la violenza psicologica viene minimizzata rispetto a quella fisica, niente di più sbagliato, qui non stiamo combattendo a chi ha più lividi o costole rotte) è di denunciare e mettere al corrente i propri familiari o amici, mettendo da parte la vergogna. Appoggiarsi a psicologi, associazioni a sostegno delle vittime che possono dare sostegno legale ed emotivo.

Ora da vittima mi sono trasformata in “faro nel buio”, faccio parte dell’attivismo femminista e sto collaborando con la MN-Vox, la mia casa discografica, per un video clip “Abbassa la voce” e il ricavato di questo sarà devoluto all’associazione che deciderà di prendere a cuore il progetto.»

 

Catia Bufano

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Le immagini appartengono ai profili social di Ilaria

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