I criminali sono i migliori amici dei tatuatori?

Da piccolo, sognavo con tutto il cuore di farmi un tatuaggio.

Quando provai a dirlo a mio nonno mi rispose che, se mai l’avessi fatto, avrei dovuto togliergli il saluto.

Oggi provo a spiegarvi perché.

Per un criminale, il carcere non è sicuramente un’ambizione, ma certo non è una tappa che fa paura. Nelle prigioni hai modo di imporre te stesso, di far capire tu chi sia e di garantirti il rispetto dei tuoi condomini di braccio. È proprio tra le sbarre che, in condizioni igieniche che farebbero mettere le mani nei capelli all’ispettorato dei Nas, i prigionieri marchiano la loro pelle, raccontando la propria storia.

Sorvolando infime rappresentazioni di svastiche, o “88” (l’ottava lettera dell’alfabeto è la H, ripetuta due volte per indicare Heil Hitler), in giro per il mondo troviamo moltissime simbologie nel mondo del tattoo design. La croce sul petto, ad esempio, è un tatuaggio molto ricorrente tra i ladri e i rapinatori, tatuarsi un boia invece può simboleggiare l’aver ucciso uno o più parenti. Ma spesso i tatuaggi possono anche essere stati fatti sotto forzatura di terzi, come nel caso di lacrime sotto gli occhi NON riempite di colore (simbolo di un omicidio non andato a buon fine), o delle carte da gioco, specie se di cuori, che indicano la propria propensione ad avere amplessi tra le mura circondariali. Sarebbe un errore pensare che fenomeni del genere accadano dall’altra parte del mondo, anzi sono più vicine di quanto pensiamo.

Prima degli anni Ottanta, in Italia, le persone tatuate erano veramente pochissime ed erano quasi tutte appartenenti ad organizzazioni criminali. Giuseppe Di Vaio, fotografo partenopeo, ha realizzato a quattro mani con Braian Anastasio, tattoo artist napoletano, un docufilm dal titolo Mamma Vita Mia uscito nel 2018, che racconta le storie di dodici ex detenuti di alcuni dei quartieri più difficili di Napoli e il loro rapporto con i tatuaggi.
“Uscivo con l’accappatoio per andare in spiaggia, quando mi tuffavo in acqua lo toglievo, dovevo coprirmi, la gente mi guardava come se avessi la scabbia o fossi una bestia”

Così testimonia un anziano intervistato da Di Vaio.

Nella cultura del tatuaggio criminale napoletano, la simbologia non può ovviamente mancare. Si passa dalle classiche lacrime sotto gli occhi, traccia di un omicidio effettuato in passato, al pesciolino rosso che fa capire di essere un tipo silente, del quale ci si può fidare – con l’acqua in bocca. Un altro tatuaggio molto comune è l’asso di bastone, la prima carta del mazzo napoletano. Avendo questo enorme peso iconografico, non è un tatuaggio per tutti, ma solo per i “Capobastoni” ovvero i boss di un determinato gruppo. Il tatuaggio è una vera e propria forma di sacralità, soprattutto a Napoli, dove, per sfoggiare la tua appartenenza ad una famiglia, decidi di tatuartela indelebilmente sulla pelle.

Insomma, come dice uno dei detenuti intervistati da Di Vaio, “il tatuaggio è una cosa seria” quindi se volete tatuarvi il simbolo dell’infinito sul polso ben venga, ma state ben attenti ai significati nascosti che potrebbe avere un vostro tattoo. Ritornando a noi, nonno, io un boia gigante dietro la schiena me lo tatuerei volentieri, ma ti giuro che non ucciderei mai nessuno.

Giovanni Perna

 

Vedi anche: Il pianto curativo esiste davvero?

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