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Black Lives Matter, Blackout Tuesday e I Can’t Breathe: cosa sta accadendo in America

Sono bastati esattamente 8 minuti e 46 secondi (e 400 anni di abusi) per far esplodere una delle più emblematiche rivolte della storia degli USA.

100 stati coinvolti e centinaia di migliaia di protestanti bianchi, neri, latini e attivisti appartenenti ad altre minoranze, decine di organizzazioni umanitarie che hanno preso parola, 11 morti – per ora – e una Casa Bianca spenta per la prima volta dopo 30 anni.

È il momento di stare dal lato giusto della storia.

Casus belli

Il 25 maggio 2020 alle 20.25, dopo 8 minuti e 46 secondi con un ginocchio sulla carotide, George Floyd muore sotto gli occhi di altri 3 agenti di polizia. Alcuni passanti registrano tutta la scena e diventano i testimoni ufficiali dell’atroce omicidio – mentre Derek Michael Chauvin, l’agente colpevole del delitto, assiste imperterrito alla scena.


«Nessuna accademia di polizia che conosciamo insegna a un ufficiale di polizia di fare forza col ginocchio sul collo. Questo non viene insegnato semplicemente perché ciò può influire sul loro respiro e sulla loro arteria carotide (un vaso cruciale che fornisce sangue al cervello).»
-Chuck Wexler, direttore esecutivo del Police Executive Research Forum

La prima versione ufficiale dei fatti afferma che George Floyd sia morto a causa di malattie pregresse, tra le quali un’ipertensione congenita. Ma la patologia, solo in seguito ad un’autopsia indipendente, è stata considerata irrilevante e si è confermata la morte per asfissia.
Tuttavia i 4 agenti di polizia coinvolti, colpevoli, sono stati solamente licenziati, suscitando l’ira e l’indignazione dei parenti del defunto e di tutta la comunità afroamericana statunitense.

L’inizio delle rivolte

Il 26 maggio 2020,  a solo un giorno dall’accaduto, inizia la rivolta a Minneapolis – o rivolta delle Twin Cities – per denunciare l’ennesimo caso di errore giudiziario a sfondo razziale.
Ma sarà la commemorazione  del 27 maggio 2020  in onore di George Floyd, organizzata dall’organizzazione Black Lives Matter, a dare la prima vera risonanza nazionale, e conseguentemente globale, alla protesta.

Dal 27 maggio ad oggi le città coinvolte nell’insurrezione sono: Atlanta; Baltimora; Birmingham; Boston; Charlotte; Chicago; Cleveland; Columbus; Dallas; Denver; Detroit; Fort Lauderdale; Houston; Indianapolis; Jacksonville; Kansas City; Las Vegas; Los Angeles; Louisville; Miami; Montréal; Nashville; New Orleans; New York; Filadelfia; Phoenix; Pittsburgh; Portland; Richmond; Salt Lake City; San Francisco; Seattle; Tampa; Toronto; Tulsa; Vancouver; Youngstown e Washington. Poiché si tratta di alcune delle maggiori città statunitensi, il dato smentisce l’ipotesi che i manifestanti di Minneapolis siano provenienti da altre città/stati, ed è dimostrata la portata nazionale della manifestazione.


Blackout Tuesday e i social

Mai come questa volta, l’utilizzo massiccio dei social network fa sì che la causa diventi una priorità a livello mondiale, grazie anche alle dichiarazioni e le denunce di personaggi di spicco dell’attivismo, dell’intrattenimento, musicale e cinematografico e della politica.

“Quante proteste pacifiche abbiamo visto? Quanti hashtag di tendenza abbiamo visto? Le persone sono stanche. Ora questo [saccheggio] è ciò a cui le persone devono ricorrere”

-Cardi B


Dall’industria musicale arriva il Blackout Tuesday, cioè un’azione collettiva per protestare contro il razzismo e la brutalità poliziesca svoltasi martedì 2 giugno 2020.
Le imprese che hanno partecipato hanno deciso, e di loro spontanea iniziativa, di astenersi dal rilasciare musica e altre operazioni commerciali e in generale, agli afroamericani, è stato chiesto di non comprare o vendere in questo giorno per mostrare forza economica e unità.

Anche i colossi dello streaming musicale hanno partecipato: Spotify ha promosso una playlist contenente le migliori canzoni/inni della causa, e Apple Music ha rimosso le schede Sfoglia, Per te e Radio sostituendole con una singola stazione di streaming radio per celebrare la musica nera.


Nel frattempo, su Instagram e altri social, gli utenti hanno partecipato pubblicando una singola foto quadrata nera accanto all’hashtag #blackouttuesday, talvolta accompagnato da quello di #blacklivesmatter – o #BLM – per forzare l’algoritmo a diffondere informazioni e aggiornamenti critici.

Le reazioni delle istituzioni

Nonostante il fatto che il casus belli della rivolta sia proprio un caso di abuso di potere e brutalità da parte delle forze dell’ordine, la risposta delle istituzioni è stata dura e repressiva. Gli scenari della rivolta sono diventati sempre di più quelli di una guerra civile.


«…Questi DELINQUENTI stanno disonorando il ricordo di George Floyd e non lascerò che ciò accada. Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che i militari sono con lui fino alla fine. Qualsiasi difficoltà e assumeremo il controllo ma, quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare. Grazie!»
-Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump via Twitter


E mentre le rivolte infuriano intorno alla Casa Bianca – l’iconica residenza presidenziale che per la prima volta dopo il 1989 giace a luci spente –  il 1º giugno Trump  parla dal Giardino delle Rose, dove proclama “Io sono il vostro presidente della legge e dell’ordine” e conferma l’invio di migliaia e migliaia di soldati pesantemente armati, personale militare e forze dell’ordine per affrontare la rivolta a Washington.

Stare dal lato giusto della storia, questa volta

L’informazione è tutto. Ed è facile, in occasioni del genere, cadere in superficiali commenti a caldo sul modus operandi dei manifestanti, talvolta condannati per l’uso della violenza, talvolta per il saccheggio di attività commerciali e per la distruzione, poiché apparentemente reazioni inutili e nocive.

Non sta a me, nè a voi, giudicare le suddette reazioni, poiché non possiamo comprendere fino a fondo il movente dietro tutto questo.
Il movente è sottile e invisibile, come un virus, ma tiene in lockdown i diritti delle minoranze da almeno 400 anni – come nel caso degli afroamericani – e può essere curato solo con l’informazione.

Ma partiamo da una cosa semplice, sapete cos’è il redlining?


Antonio Alaia

Antonio Alaia, o semplicemente ALAIA, nasce contro la sua volontà intorno al 1998. Da allora si trascina tra licei, università e uffici in attesa della fine; nel frattempo scrive di cinema, sociale, politica e tutto ciò che ritiene sia interessante e che possa avere anche il minimo impatto sulla società che lo circonda.

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