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Furono baci e furono sorrisi, poi furono soltanto i fiordalisi

Questa di Marinella è la storia vera” cantava Fabrizio De Andrè in una delle ballate più dolci e nostalgiche che la musica italiana abbia mai conosciuto. Ed effettivamente forse non tutti sanno che dietro le malinconiche note de La canzone di Marinella, pubblicata assieme a molte altre nel 45 giri Valzer per amore/La canzone di Marinella datata 1964, si nasconde un fatto di cronaca realmente accaduto che con ogni probabilità richiama il misterioso omicidio di Maria Boccuzzi.

In un’intervista con Vincenzo Mollica, Faber riporta che La Canzone di MarinellaÉ nata da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”. Insomma, una tragedia che nulla ha a che vedere con la fiaba che il più celebre cantautore di tutti i tempi, accompagnato dal suono austero della chitarra, sembra raccontare in questo brano.

Al contrario, la canzone, che tanto suscitò scalpore e che divenne poi nota grazie ad un’interpretazione di Mina del 1967, racconta, come anticipato sopra, la triste storia di Maria Boccuzzi, una ragazzina che, nata in un piccolo centro calabrese, si trasferì insieme alla famiglia a Milano in cerca di fortuna. Proprio nel capoluogo lombardo, poco più che adolescente, Maria conobbe Mario, (“un re senza corona e senza scorta/bussò tre volte un giorno alla sua porta”) uno studente scapestrato e inaffidabile di cui si innamorò perdutamente, al punto tale da farsi convincere a lasciare il lavoro d’operaia che in quegli anni l’aiutava a sostenere economicamente la sua famiglia.

Tale decisione unita ad una relazione oramai mal vista dalla sua famiglia, portarono Maria a fuggire con quello che lei credeva essere l’amore della sua vita (“tu lo seguisti senza una ragione/come un ragazzo segue un aquilone”), amore che però ben presto l’abbandonò lasciandola sola e senza lavoro. L’impossibilità di riallacciare i rapporti con la famiglia costrinse la giovane donna a trovare una soluzione. Sola e disperata, decise dunque di intraprendere la carriera di ballerina di varietà sotto la protezione di un nuovo amante, Luigi Citi (“furono baci e furono sorrisi/poi furono soltanto i fiordalisi”). Ma l’uomo, poco incline all’amore e molto lontano dall’idea di quel sentimento, cedette Maria a Carlo Soresi che, non migliore del precedente amante, l’avviò alla prostituzione.

Da questo momento la vita di Marinella, com’è nota nella canzone, diventò un incubo che trovò fine nella notte del 28 gennaio del 1953 quando il corpo della donna, trafitto da colpi di pistola, “scivolò nel fiume a primavera”. L’impossibilità, da parte della polizia, di individuare il colpevole, fece chiudere subito il caso archiviandolo tra gli irrisolti.

Non credo, non sento, di dover aggiungere altro. Mi scuso dunque anticipatamente con chi si aspettava un qualche tipo di commento che, a mio avviso, sarebbe risultato altroché indegno. Ritengo, d’altronde, che un artista del calibro di Fabrizio De Andrè si racconti meglio da solo. Anzi, ne sono persuasa.

In queste poche discutibili righe, ho solo voluto timidamente ricordare quella che a mio avviso risulta essere una storia senza tempo che racconta uno dei tanti, infiniti, casi di cronaca nera che vedono come protagoniste donne che, come Marinella e “tutte le più belle cose”, hanno vissuto “un solo giorno, come rose”.

Con la speranza che Faber c’abbia visto lungo e che tutte le rose vittime di violenza siano state portate davvero dal vento “sopra una stella”.

 

“[…] E non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte”.

 

Adele De Prisco

Vedi anche: Fabrizio De Andrè: un trovatore con la chitarra

La Redazione

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