Furore: sulla Route 66 con Popolizio

Al Teatro India di Roma va in scena Furore, la spettacolare narrazione di Massimo Popolizio tratta dall’epico  romanzo di Steinbeck.
Una spolverata di terra rossa sotto i piedi, un’architettura di strumenti musicali al lato e uno schermo da cui si stacca la sagoma nera dell’aedo che canterà tragedie per un’ora e diciotto minuti.

“L’abbiamo immaginata come un’epopea, un’epica di diseredati raccontata da un cronista omerico” racconta Massimo Popolizio nell’incontro col pubblico al Teatro India, poco prima di andare in scena. Con le sue straordinarie modulazioni vocali e i suoi virtuosismi attoriali, necessari per dare corpo a una narrazione così affollata, dettagliata, corale, l’attore ha raccontato la tragedia ecologica degli Stati Uniti che negli anni ‘30 ha spinto orde di braccianti a migrare verso l’Ovest. Le violente tempeste di sabbia in Oklahoma, Texas, Kansas, Colorado e New Mexico, rinominate Dust Bowl, hanno insterilito il suolo americano causando la fame e la  miseria di intere famiglie di mezzadri, che, nello slancio disperato verso gli alberi d’arance della California, hanno calcato l’asfalto della leggendaria Route 66.

Lo spettacolo nasce da una felice intuizione di Emanuele Trevi, che dall’icastico romanzo Furore di John Steinbeck, storia della famiglia Joad e della fuga degli Okies, ha ricavato un adattamento teatrale  di stampo documentario-giornalistico: l’intenso monologo di Popolizio è una sublime lettura degli articoli di denuncia firmati Steinbeck su questo drammatico esodo, rilasciati al San Francisco News nel 1936 e accompagnati dal crudo realismo delle foto di Dorothea Lange.

È proprio attraverso l’oggettivazione del cronista che lo spettacolo si difende dall’etichetta di “teatro ideologico”: il narratore, nel veicolare questo affresco visionario scandito da continui zoom e grandangoli, riesce a scrollarsi di dosso la veste di personaggio e a inquadrare una moltitudine di soggetti e dettagli con una chiarezza straordinaria. Gli appuntamenti musicali – impeccabili – di Giovanni Lo Cascio ne fanno un’ “operina”: uno spartito musicale su cui poggiano comodamente le parole, creando una sincronizzazione di codici equilibrata e mai invasiva. Il rischio che la lettura si trasformasse in un comizio senza tuffi al cuore era alto, ma la precisione matematica del flow che sostiene la voce, unita all’appassionata interpretazione del narratore, che resta staccato dalla trama di parole ma le tinge di mille sfumature di pathos, non può che far arrivare la tragedia di quei visi smunti anche a chi non ha mai sfogliato le pagine del romanzo.

Questo show lirico è poeticamente articolato in capitoli, di cui uno interamente dedicato a una tartaruga nel titanico sforzo di valicare un muro, correlativo oggettivo della speranza infaticabile e stracciona dei profughi di raggiungere quella frontiera che sa di terra promessa. Gli altri, come Polvere, L’odio, Il trattore e Il latte, sono a tutti gli effetti dei quadri parlanti: sullo sfondo, dietro la silhouette del narratore, scorrono le immagini di facce sudicie, schiene curve di donne appesantite dal lavoro e dalle gravidanze, vestiti a fiori sbiaditi dalla polvere e dalla terra sterile, monelli scatenati e tristi “ biondi come il mais, con gli occhi spalancati, un piede nudo sopra l’altro piede nudo, e le dita nervose”. Poi c’è la donna emigrata, i cui occhi nocciola “sembravano aver vissuto ogni tragedia possibile, salendo come gradini il dolore e la sofferenza fino a raggiungere una comprensione sovrumana e un sommo equilibrio”.

E infine la miseria, le tende precarie lungo le sponde fangose dei torrenti e le carovane cariche di oggetti che si fanno macerie di una vita già sepolta dall’apocalisse. La fragilità dell’individuo soccombe alla brutalità di un disegno che spazza via tutto, che ha il volto della natura matrigna, del capitalismo spietato e degli inflessibili latifondisti che non sfamano nessun diseredato.

Furore è lo show di un passato disgraziato, di una  realtà migratoria attuale quantomai più drammatica e la profezia sinistra di un massiccio flusso di profughi ambientali stremati dalle ricadute economiche del cambiamento climatico. È un documentario sentimentale sulla giustizia sociale che è solidarietà umana e non legge costituita, è il cammino verso una nuova Canaan, lo snodarsi della speranza a bordo di un autocarro lungo la Route 66, “sentiero d’asfalto che attraversa la nazione, serpeggiando dolcemente su e giù per la carta, (…) la strada madre, la strada della fuga”.

 

Francesca Eboli

 

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