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Spider-Man: la storia della mia vita

Spider-Man: la storia della mia vita di Zdarsky e Bagley ci proietta in una versione alternativa del personaggio che debutta nel 1962 ma cresce e invecchia come tutti noi.

I supereroi non invecchiano. Questa è una delle prime lezioni che uno impara quando si approccia al fumetto americano per la prima volta. Peter aveva venticinque anni negli anni ottanta e li ha ancora oggi nel 2020. Il personaggio è stato protagonista di trionfi, tragedie personali, di nuovi amori e nuove faide ma mantiene la stessa età. Questa regola vale per quasi supereroe americano. Chip Zdarsky, autore che ha già avuto una sua esperienza significativa col personaggio nel suo ciclo su Peter Parker: The Spectacular Spider-Man, per cui una storia gli è valsa un Eisner Award, si è quindi domandato: e se Spider-Man fosse invecchiato come succede nel mondo reale? La miniserie risponde a questa domanda ma non è solo questo.

L’Uomo Ragno, alias di Peter Parker, le sue luci e ombre, sono sotto esame. Partiamo dall’inizio: Spider-Man nasce nel 1962 e debutta su Amazing Fantasy n.15, una testata che già sapevano avrebbe chiuso proprio con quel numero, e Stan Lee decide quindi di far debuttare il personaggio, che aveva incontrato forti resistenze da parte dell’editor Martin Goodman, il quale reputava la possibilità di un supereroe adolescente protagonista di una propria testata un’idea sciocca. Gli adolescenti infatti venivano visti solo come spalle degli eroi come Robin, il sidedick di Batman. Lee assegnò la storia a Steve Ditko, un disegnatore dal carattere taciturno e schivo, che avrebbe segnato per sempre il personaggio in moltissimi aspetti. Il fumetto fu un inaspettato successo e Spider-Man ottenne la propria testata personale chiamata The Amazing Spider-Man. I supereroi di Stan Lee hanno problemi caratteriali, sono nevrotici, anche loro devono pagare le bollette o hanno vicissitudini sentimentali che destabilizzano il loro ruolo da eroi e questo li avvicinò particolarmente ai lettori dell’epoca che cominciarono ben presto a preferirli rispetto alle controparti senza macchia e senza paura della distinta concorrenza. Spider-Man incarnava perfettamente la filosofia emergente della Marvel Comics. Peter Parker era un adolescente che era costretto a vivere tre vite parallelamente che non doveva far scontrare tra loro.

La prima era quella di studente di liceo dove riscuoteva un enorme successo scolastico e contemporaneamente un altrettanto insuccesso in ambito sociale dove era vittima dei continui abusi da parte dei compagni di classe, in particolare Flash Thompson, il quaterback della scuola, e veniva ignorato dalle sue coetanee. Contemporaneamente doveva lavorare per mantenere se stesso, la propria casa e l’anziana Zia May, rimasta vedova del marito Ben durante l’ormai leggendario Amazing Fantasy n.15, e quindi per fare ciò Peter Parker trova un lavoro presso il Daily Bugle, un quotidiano gestito dall’editore J. Jonah Jameson, un burbero editore privo di scrupoli che molti critici vedono come una parodia di Steve Ditko nei riguardi di Stan Lee, che paga Peter per ottenere delle foto di Spider-Man così da poterlo diffamare ogni giorno sulla prima pagina del giornale. E allo stesso tempo è Spider-Man, un supereroe che salva New York da criminali sempre più tecnologici ma che non viene riconosciuto dai cittadini come tale visto che credono quasi ciecamente alla campagna diffamatoria di Jameson.

Questa trama complessa per un fumetto dell’epoca fece breccia nel cuore dei lettori e resero Spider-Man, ben presto, una delle figure più popolari presso gli studenti universitari. Spider-Man si trovava inserito in un mondo similare all’America dell’epoca ma ben presto dovette venire a contatto con le mille contraddizioni a cui questa linea editoriale portava. Questo fu il problema poiché il successo della Marvel Comics si basava sul fatto che i personaggi si muovessero in un contesto simile a quello della realtà e quando la guerra del Vietnam divenne un dibattito pubblico la cosa rischiò di tramutarsi in una vera e propria bomba per la casa editrice.

Le posizioni politiche conservatrici di Steve Ditko rischiavano di far saltare in aria tutto il lavoro di comunicazione fatto da Stan Lee fino a quel momento. Questa e per le altre ragioni di cui si è speculato per anni senza mai conoscere una versione ufficiale dell’accaduto portarono Ditko, considerato da molti il vero padre di Spider-Man, a lasciare la Marvel. Stan Lee sostituì quindi Ditko, un disegnatore famoso per il suo tratto camp e per certi versi bizzarro, con un disegnatore dallo stile romantico e chic come John Romita, un cambio che alla vigilia che sembrava segnare la fine della corsa per il personaggio e invece le vendite aumentarono ulteriormente. Il Peter Parker di Ditko, un vero anti-eroe privo di amici, si ritrovò a divenire un ragazzo popolare, di bell’aspetto e corteggiato da due top model come Gwen Stacy e Mary Jane Watson. Stan Lee, pardon Peter Parker, scelse la bionda Gwen Stacy. Ma da lì a poco le cose sarebbero cambiate. Questioni sociali come la guerra in Vietnam o il problema della diffusione sempre più ampia dell’LSD tra gli studenti cominciarono a farsi presenti, anche se timidamente, nella testata e quella realtà che aveva decretato il successo della Marvel Comics cominciò ad essere vista come una potenziale minaccia dai suoi stessi autori. Questo atteggiamento ambivalente di accogliere la realtà ma fino ad un certo punto divenne il marchio di fabbrica della Marvel Comics e della gran parte dei fumetti di supereroi negli anni successivi. Ciò si rifletté nella decisione di arrestare l’orologio biologico dei supereroi. Peter Parker ad un certo punto si è ritrovato ad essere un eterno venticinquenne e non è più invecchiato. Spider-Man ha attraversato tantissime ere fumettistiche e si tratta di un personaggio pieno di contraddizioni. Per fare ciò ha avuto bisogno di Mark Bagley disegnatore che ha fatto la storia del personaggio. Insieme hanno fatto un’opera che merita di stare nella vostra collezione.

 

Mario Marino

 

 

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La Redazione

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