Apologia di Alexi Kaye Campbell al Teatro Mercadante: Elisabetta Pozzi e la parola

Al Teatro Mercadante di Napoli, dal 28 gennaio al 2 febbraio, è in cartellone Apologia, testo dello sceneggiatore greco – naturalizzato britannico – Alexi Kaye Campbell.

La sceneggiatura è stata tradotta da Monica Capuani e la regia è stata curata da Andrea Chiodi. Nei ruoli dei protagonisti Elisabetta Pozzi (Kristin Miller), Emiliano Masala (Simon), Martina Sammarco (Claire), Christian La Rosa (Peter) , Francesca Porrini (Trudi), Giovanni Franzoni (Hugh).

Una cena di compleanno in casa della storica dell’arte, rivoluzionaria, idealista Kristin si trasforma lentamente in uno psicodramma quando i suoi figli ormai adulti, Simon e Peter, insieme alle loro pittoresche fidanzate, Claire e Trudi, decidono di affrontare con lei contrasti e problemi familiari latenti. L’abbandono, l’idea di famiglia, quanti gli affetti personali possono essere sacrificati in nome di un ideale più grande, la possibilità di fare arte nel mondo moderno – immerso e divorato dalla società dei consumi – in modo puro, questi i temi sviluppati dalla trama. L’intreccio si snoda sul palco, davanti all’occhio dello spettatore, attraverso un uso serrato del dialogo, il tempo della narrazione è quello di una notte ed una mattina. I personaggi, parlandosi l’un l’altro, attraverso ironia, battute taglienti, ma anche introspezione, psicologia, dissertazioni sull’arte e la natura dell’artista, ricreano anni di storia e conflitti, dando forma a tensioni palpabili ed emozioni autentiche, conosciute a ognuno, profondamente umane. L’empatia è una componente forte, sulla quale l’opera gioca e usando la quale riesce ad accattivarsi l’attenzione della platea, perfettamente in grado di seguire ed imparare qualcosa – dei personaggi, sì, ma anche di se stessa –  e la claustrofobia in cui ci rinchiude l’ambiente, quella di una casa che immaginiamo esser grande per poter ospitare tutte queste persone, ma pur sempre limitata alle sue mura, non risulta mai eccessivamente estraniante o disturbante. La parola apre la porta all’abisso della mente umana, alle contraddizioni che rendono un universo aperto e in perpetua mutazione ogni essere umano, sopraffatto dalle ancor più destabilizzanti contraddizioni della società concitata e capitalista in cui vive. Il testo è del 2009, quindi incredibilmente attuale, e prende con decisione di petto le problematiche artistiche, ideologiche e familiari che ci troviamo a dover risolvere e gestire quotidianamente. Gli attori – tra i quali risplende in un’interpretazione realistica, mai retorica o autoreferenziale, Elisabetta Pozzi – sono calati con precisione millimetrica nelle rispettive parti ed i personaggi entro la fine della rappresentazione sono ormai diventati persone, persone che potremmo conoscere, amare, odiare, aiutare, evitare.

La durata dello spettacolo ed il dialogo costante potrebbero creare nello spettatore una sensazione di oppressione, le parole potrebbero diventare troppe e l’animo dei personaggi essere sporcato dal loro essere perennemente cervellotici, immersi integralmente in se stessi, l’incomunicabilità creatasi tra di loro un muro anche con il pubblico. Del resto, forse, proprio questa incomunicabilità deve essere percepita dall’osservatore ed arrivargli in tutta la sua grandezza e abissalità.

Il dramma borghese avrebbe bisogno di un tocco di sperimentazione, di uscire dai propri schemi collaudati ed avventurarsi in un territorio giovane e ricco di nuove possibilità.

Per il resto, non posso far altro che raccomandarvi di approfittare del vostro tempo libero per recarvi a teatro e farvi un’opinione, pensare, osservare.

Buona visione!

 

Sveva Di Palma