“Chi ha ucciso Amanda Palmer?”

Storie fantastiche di libertà artistica e crowdfunding

Qualcuno potrebbe intuitivamente pensare ad un errore di battitura associando un tanto emblematico titolo alle vicende dei segreti di Twin Peaks, ma così non è. Amanda Palmer, nel suo primo album da solista, dopo l’esperienza musicale in duo con i Dresden Dolls, ha volutamente fatto richiamo ad una serie tanto iconica, con autoironia, giocando con se stessa (la similarità con il nome della protagonista della serie) e con il suo peculiare e raro modo di esistere al mondo. Intitolando l’album “Chi ha ucciso Amanda Palmer?”

Amanda Palmer fin dal principio approccia giocosamente anche nel suo stare tra la folla, la guarda attraverso i vetri come se costituissero quel gigantesco acquario in cui nuotano pesci colorati e tropicali. Come quando si trovava per intere giornate in piedi, appoggiata su una vecchia cassetta di legno che diveniva delicata base di un nostalgico abat jour, vestita da sposa, impugnando il suo bouquet ad Harvard Square, giocando appunto, a vivere da mimo. Incantata dal mondo come una giovane Amélie a guardare il flusso marino dell’enorme acquario.

“I can paint my face and stand very, very still, it’s not very practical but it still pays the bills.” Canterà poi nella sua canzone The Perfect Fit, ovvero “So dipingermi la faccia e rimanere ferma, fermissima non è che sia molto pratico ma ci pago comunque le bollette.”

Vivere alla giornata, abbandonarsi ai giorni come un lungo flusso armonico senza una precisa direzione nonostante anni dediti allo studio accademico e quello di pianoforte, fino appunto alla conoscenza con il batterista Brian Viglione e alla nascita del progetto Dresden Dolls.

Cosa fosse “The Dresen Dolls” era già qualcosa di piacevolmente indecifrabile, non esistevano cassetti o categorie a contenere l’espressione artistica di Amanda, alle spalle c’erano i vecchi ascolti dei Cure e dei Dead Can Dance e una notte di Halloween, quella in cui i due si erano conosciuti i due. Astri nella buia notte collidono e producono sprazzi di punk cabaret, la ribellione con l’alternative rock misto a elementi di goth e vaudeville.

L’ascesa artistica di Amanda Palmer continua con la carriera da solista e proprio con l’album dal sopracitato titolo “Who Killed Amanda Palmer”, chiaro riferimento alla protagonista della serie cult di David Lynch. Dodici tracce tra alternative e dark cabaret. Al momento dell’uscita del suo secondo album, “Theatre Is Evil” (2012),  Amanda “Fucking” Palmer diventa oggetto di fenomenologia mediatica.

Contraddistinta non soltanto dalla sua rara biografia ma da un rapporto viscerale proprio con quella folla che fino a qualche anno prima osservava fluire da mimo, che diventerà poi l’interconnessione totale al suo essere. Di fatti si dava possibilità di poter pre-ordinare l’album sulla piattaforma di crowdfunding “Kickstarter”, un coinvolgimento musicale ed empatico forte con il suo pubblico, arrivando a raccogliere donazioni per oltre un milione di dollari. Un caso dibattuto, quello della potenza delle nuove piattaforme di co-produzione artistica e non solo, dibattuto poi anche in quello che sarà il suo libro “The Art of Asking”, l’arte di chiedere, appunto. Che si tratti di pochi spiccioli o qualche dollaro dall’arte del mimo, o di migliaia e migliaia di dollari che diventano la chiave d’accesso alla sregolatezza di una carriera artistica assolutamente libera, l’arte di chiedere di essere se stessi.

Amanda Palmer diventa icona liberale e anarchica della musica proprio attraverso la potenza e la consapevolezza del suo rapporto con l’altro. Partendo dal suo corpo, denudato durante i suoi live, facendo così si che esso si distolga dalla sua sessualità per divenire oggetto d’arte, disegnando e colorando la sua pelle. Fino al suo rapporto assolutamente unico con i social. Disdegna infatti Facebook definendolo frustrante nella logica dei suoi algoritmi e assumendo forme di brutale capitalismo, ma riconoscendo le potenzialità aggregative della socialità mediatica. Successivamente, prosegue la campagna di supporto coi fan da un’altra piattaforma online “Patreon”. La Palmer ha potuto qui radunare la sua pagana comunità religiosa, dove nel suo libero flusso di pensiero ed interscambio ha potuto, non solo raccogliere fondi per produrre il suo nuovo disco ma confrontarsi con i profondi temi di quest’ultimo, dal titolo “There Will Be No Intermission”. Album scarno di arrangiamenti, ma visceralmente penetrate attraverso la voce e il pianoforte di Amanda Palmer attraverso cui racconta senza alcun timore di giudizio del suo aborto, della morte per cancro di un amico, del suicidio di un ex, della potenza degli oggetti, della violenza e del sentirsi diversi.

Amanda Palmer diventa paladina del proprio pubblico e della sua irrinunciabile libertà di espressione, icona capace di dimostrare la potenza dell’ambiente virtuale, che non è soltanto schiavismo da dipendenza, ridimensionamento e distorsione della realtà ma anche condivisione, confessione, libertà e polo di risorse espressive necessarie.

 

Claudio Palumbo

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