L’autunno

Autunno, tiepida stagione di passaggio, ponte tra la calda estate e il freddo inverno. Dagli abiti svolazzanti e leggeri come i pensieri, dal sole battente e dall’odore di salsedine sulla pelle, dalla dolcezza rinfrescante dei gelati, dalle sere stellate con gli amici di una vita finalmente riuniti, ti ritrovi come svegliato di soprassalto da un sogno, all’ordinaria quotidianità.

Settembre è già piombato a risvegliarti dai torpori estivi, ma clemente, ha lasciato spazio agli ultimi bagni, alle ultime spensieratezze. E poi è arrivato Ottobre, trascinato dalle ali di Autunno che porta con sé nubi grigie di responsabilità. Autunno è sadico, crea illusioni, fa assaporare ancora qualche vago ricordo estivo e improvvisamente lo sottrae: come quando ingannato da un’apparente giornata soleggiata, indossi abiti leggeri e le scarpe di tela e appena esci ti rendi conto che fa un freddo cane e che sta per venire giù un acquazzone. Ti guardi intorno e osservi il lento e inesorabile cambiamento: il paesaggio si ridipinge di tonalità dorate e aranciate, gli alberi perdono la loro veste e appaiono in tutta la fragilità dei loro scheletri nudi, l’odore dell’uva e delle caldarroste, si sostituisce ai freschi profumi marini e floreali. La folla intorno procede spedita tra vecchie e nuove routine, seria in volto, con zaini e cartelle in spalla, chi va a scuola, chi a lavoro e chi una meta precisa non ce l’ha. E tu intanto pensi ai tuoi nuovi inizi, a quanto vorresti essere nel letto a dormire o in un’isola tropicale, piuttosto che combattere con orari, programmi e professori. E ricordi quando, da bambino, ti divertivi a raccogliere e a selezionare le foglie secche dalle forme e dalle screziature più stravaganti per realizzare fantasiosi lavoretti.
Il ricordo ti trascina nella malinconia, pensi a quella fantasia intrappolata tra la tediosa burocrazia del mondo dei grandi e ti senti ancora un bambino, un eterno Peter Pan. Ti identifichi più che, “ungarettianamente”, con le foglie, con gli alberi stessi: ingrigiti, gracili e indifesi senza la folta chioma, ma protesi verso l’alto con le loro “dita” sottili, maestosi nella loro tragica bellezza, pronti ad affrontare la rigidità dell’inverno in attesa della primavera. Sei un albero e stai attraversando una fase di transito verso ignote direzioni ed è quell’ignoto che ti fa tremare i denti, pur sapendo, in fondo, che il tramonto autunnale ti porterà al rifiorire della primavera e al folgore dell’estate. Capisci che questa stagione tanto ti suggestiona perché rispecchia il tuo io presente con le turbolenze e le angosce che tenti di celare e di sopprimere. Le stagioni sono stati d’animo.

Giusy D’Elia

 

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