De Jimi Hendrix Experientia

“Scusatemi, mentre bacio il cielo”

 i.

C’è chi ama la classica, chi il jazz, chi il blues, chi il rock, chi la techno, chi la hardcore e potrei andare avanti all’infinito con i generi presenti al giorno d’oggi.

Ma non lo farò.

Non sono qui a parlare di gusti musicali diversificati per ogni persona, non sono qui a parlare di generi. In realtà non sono neanche qui a parlare, bensì a scrivere.

Stasera scriverò di Jimi Hendrix.

Un uomo. Un genio.

Che è anche un eufemismo la parola genio.

Impersona l’esagerazione. Esageratissimo in ogni suo più piccolo aspetto.

Praticamente l’icona degli anni ’60.

Nasce a Seattle nel 1942 da una famiglia in parte nera e in parte Cherokee.

Prende tutti i caratteri da ribelle appartenenti alle due culture, insieme ai problemi dovuti alla segregazione razziale del tempo, in America.

A dodici anni riceve la sua prima chitarra, che suonerà al contrario perché è mancino. Con quella inizia la sua esperienza da autodidatta.

A quindici anni muore la madre, a sedici viene arrestato e, per scontare la pena, viene arruolato nei paracadutisti, dai quali successivamente prenderà congedo per tornare a suonare.

Ovviamente.

Parte dal rhytm and blues e dal rock and roll, suonando a cottimo per altre band e data la sua bravura riesce a suonare per personalità come Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner e King Curtis.

Trovando una certa stabilità nel ’66 forma il suo primo complesso in cui sarà il leader.

Jimmy James and the Blue Flames.

Ma dura poco. Tempo di un viaggio a Londra, tempo di conoscere Chas Chandler, il bassista degli Animals, e boom. Amore a primo accordo.

Contratti con Noel Redding e Mitch Mitchell danno vita alla Jimi Hendrix Experience, facendo toccare il cielo a Jimi Hendrix.

“Hey Joe” è il primo singolo a nascere da quel trio perfetto, subito seguito dal lancio di “Are You Experienced?”, un LP che racchiude canzoni immortali come “Purple Haze”, “The Wind Cries Mary”, “Foxey Lady”, “Fire” e molte altre.

Bacia quasi letteralmente il cielo quando torna in America assieme alla sua band, dove in un concerto nella versione, resa satanica, di “Wild Thing” dà fuoco alla sua chitarra.

Ma dopo aver baciato il cielo, come nella sua canzone, Purple Haze, inizia piano piano la discesa del successo. Tra ’68 e ’69 c’è solo un altro picco.

Durante il concerto di Woodstock suona “Star Spangled Banner”, rivisitandola, improvvisandola e riprendendo distorsioni (delle quali ormai era maestro) simili a urla, pianti e suoni di mitragliatori, che hanno ricordato a tutta la folla della guerra in Vietnam.

Muore il 18 Settembre del ’70, in mezzo al suo vomito, dopo un’overdose di acidi e barbiturici.

Ma le parole non rendono giustizia. Basta ascoltarlo una volta per entrare in estasi.

È un tripudio di effetti sonori distorti, urla della chitarra, carica sessuale e acidi.

È come essere in un concerto nel quale la chitarra balla, cade, si rompe ma si rialza e continua a suonare, ripetendo questo circolo fino allo stremo, fino a quando, scemando, si spegne.

È una fiamma, è la luce brillante di una stella sotto forma di musica.

E come una stella, scalda e illumina, continuando a farlo anche dopo la sua dipartita.

The wind cries Jimi.

 

Disegno di Luca Casadio

 

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