Nelle puntate precedenti: X-files

La verità è qua dentro.

1994. Avevo 10 anni.

Una sera d’estate, su Canale 5 parte una musichetta, accompagnata da un fischio, inquietante e avvolgente e cadenzato. Strane scene si susseguono sullo schermo: figure umane aleatorie, oggetti sospesi nel cielo, un uomo che cade in una gigantesca impronta digitale di una mano. Un occhio si apre con violenza, e la scritta “the truth is out there” – la verità è là fuori, appare sullo schermo. Finisce la sigla, inizia il mistero. Paura, eh? Scusate, ma dovevo pur sdrammatizzare in qualche modo.
Quella era la sigla di X-files, serie che è diventata culto non solo tra gli appassionati del genere “mistery” – scusatemi di nuovo, ma gli argomenti che tratta possono catalogarla agilmente tra Un posto al sole e Black Mirror. In effetti, provate a fischiettare l’intro in mezzo alla gente: qualcuno la continuerà di sicuro, come si fa con “ammazza la vecchia col flit”.

Volendo striminzire ai minimi termini la trama di una serie che è più un’epopea per quanto è durata, si narra di due agenti dell’FBI. Il primo, il broccolone simpaticone Fox Mulder che, vuoi per trascorsi personali – dice che la sorellina non la trovano più perché l’hanno rapita gli alieni, come facevamo noi coi compiti a casa, solo che lui ci crede veramente – vuoi per indole – gli piacciono proprio le storie strane, è più forte di lui – si butta a capofitto in ogni storia paranormale che pare normale ma badaben badaben badaben (cit.) è normale. Forse, anche perché il Governo stesso è solito insabbiare le prove e quindi occhio non vede, nessuno duole. Il secondo agente, l’algida, ligia al dovere, medico legale, tutta d’un pezzo, non ci credo manco se lo vedo, figurati se ci sono gli alieni, Dana Scully che viene affiancata a quello che il Bureau considera come un pagliaccio che passa il tempo chiuso nel suo ufficio a leggere giornali di terz’ordine, sotto a un grande poster con quello che sembra un UFO e la scritta decisa “I want to believe”.
Proprio quei giornalacci porteranno i due agenti a girovagare per gli Stati Uniti – e a volte, oltre – e a conoscere – e spesso, combattere – aberrazioni, incarnazioni di vecchi miti, situazioni assurde. E qualche volta a ricomporre, con pochi e rari pezzi, il puzzle principale di Mulder: l’esistenza degli alieni.
Già, perché X-files è stata una delle prime serie composta da puntate autoconclusive, con quello che i fan chiamano “monster of the week”, ovvero il mistero/il mostro della settimana (gli episodi venivano mandati in onda 1 volta a settimana, altro che “binge watching”: era un vero e proprio appuntamento con l’occulto ogni sette, lunghi, infiniti giorni), e ogni tanto da puntate che componevano la trama orizzontale, gli episodi “della mitologia”: eventi in cui o l’intero episodio era incentrato sulla teoria della presenza degli “uomini verdi” o figurava qualche indizio soltanto. Gli amanti dei “gomblottih!1!” moderni si allieteranno alla lettura di questo résumé: c’è un Ordine nel mondo, chiamato il Congresso che tramite degli appositi vaccini vuole mescolare uomini e alieni.
I due agenti sono sì i protagonisti principali, ma i personaggi memorabili sono tanti. Anche quelli di cui non si sa il nome, e forse proprio per questo li ricordiamo meglio: l’Uomo che fuma (in lingua originale è simpaticamente “Cancer man”), che fa parte del Congresso e pare voglia redimersi che si mette contro l’Uomo dalle mani curate – oh, ci tiene alla manicure e lo fa notare, problemi? – il quale è il mandante di tutti gli Uomini in nero che si occupano delle faccende meno eleganti e poco legali dell’FBI ma che lo Stato non deve sapere.
E quindi: in sottofondo, gli alieni, una frangia impazzita che vuole usarli come rimpiazzo per l’umanità e Mulder che cerca la sorella da quando era un teenager.
Sprazzi di mostri canonici qui (il parassita dell’episodio 2 nella seconda stagione, ad esempio), spruzzi di citazioni là (Home, secondo episodio stagione 4 – che in italiano, perché a noi i titoli d’impatto non piacciono e ci dobbiamo rovinare tutto partendo dal titolo, tradotto con l’originalissimo La casa dei mostri – è un chiaro rifacimento de Le colline hanno gli occhi), trovate registiche classiche (l’episodio 5 della stagione 5 è tutto in bianco e nero) o che hanno seguito le mode del momento (X-cops, 7×12, è in presa diretta con telecamera a spalla, per dare l’idea del documentario).
Dal 1993 al 2002 ci furono le prime 9 stagioni, tra la V e la VI stagione uscì fuori X-files, il film (perché chiamarlo col suo vero nome, fight the future, in Italia era troppo complesso, il film, come a dire “dura di più e si vede al cinema, accorrete”… vabbè), in cui un evento sovrannaturale scuote gli animi addirittura di alcuni cavernicoli – per ripalesarsi ai giorni nostri; poi la serie fu bloccata, e per sfamare i fan che si sentirono traditi nel 2008 comparve nelle sale X-files – voglio crederci, in cui fede e scienza si odiano e poi si amano e poi si odiano e poi si amano e poi si apprezzano (semi cit.); alla fine del 2015 ci fu la decima stagione, cosiddetta “mini-serie (6 episodi) evento” – e sì, si faceva spesso confusione tra “serie” e “stagione”, ma non era ancora uscito IL MIO ARTICOLO SULLE SERIE TV, quindi il mondo è stato ignorante ma gli abbiamo voluto bene lo stesso; infine, nel 2018 c’è stata l’11esima stagione, quella conclusiva. Almeno, a detta della Gillianona Anderson che da matura ha abbandonato la rigida rossa chioma per un più aggressivo parrucco biondo: basta X-files. Non vuole più essere ricordata solo per quel personaggio, anche se le è molto caro.
A noi fan non è rimasto altro che andare a spulciare tra gli spin-off, gli innumerevoli tie-in (le prosecuzioni di un’opera sotto altra forma, come fumetti) e citazioni (la più bella è nell’episodio 10 dell’ottava stagione dei Simpsons, dove ci sono Mulder e Scully “nel ruolo di loro stessi”, si direbbe, ma in chiave ovviamente divertente).

Questa non è stata una serie. E’ stata tutto. Tutto ciò che una serie dovrebbe avere: ritmo, sperimentazione, mescolanze di “già visto” e “guardalo in questo modo”, caratterizzazione dei personaggi. Okay, sono stato un fan, ma parlano i numerosi Globe Awards vinti negli anni, credete almeno a quelli.
E se volete farvi – o rifarvi – una cultura, adesso i dvd ve li tirano appresso: l’intera saga arriva a stento a un centinaio di euro, coi due film inclusi. E non c’è bisogno di fare i puristi: il doppiaggio italiano è stato impeccabile. Vi faccio un esempio che vi farà tremolare sigma e retto anche se siete maschi alfa codominanti come me: il personaggio di John Doggett (Robert Patrick, l’iconico T-1000 del secondo film Terminator) è doppiato dalla voce profonda, croccante, credo che ho bisogno di cambiarmi l’intimo, scusate, Luca Ward.

La verità è qua dentro. E dura 218 episodi (più due film).

 

Antonio Liccardo

Disegno di Alberto De Vivo Piscicelli

 

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