Marco Rizzo racconta “…A casa nostra. Cronaca da Riace”

Ricomincio dai libri torna a Napoli, ospitato dalla fondazione Foqus ai Quartieri Spagnoli per il 4, 5 e 6 ottobre. In questa location molto suggestiva sono ospitate associazioni e case editrici, si aggirano tra gli stand grandi e piccoli, tutti legati dalla stessa passione: la lettura.
Tanti eventi cui partecipare, tra cui gli incontri con gli autori. Come lo scorso anno non abbiamo perso l’occasione per incontrare e intervistare Marco Rizzo autore assieme a Lelio Bonaccorso della graphic …A casa nostra. Cronaca da Riace (edito da Feltrinelli Comics).

È passato un anno dall’ultima volta che ci siamo visti e sei qui con un nuovo scritto. Raccontami!
“Sai bene Salvezza, il libro precedente, di cosa parlava e …A casa nostra. Cronaca da Riace risponde a delle domande che ci siamo posti quando eravamo a bordo dell’Aquarius e che ci hanno posto delle persone mentre presentavamo il libro in giro per l’Italia. Che cosa succede dopo alla gente che viene salvata? Che cosa succede a chi lascia la propria terra e si lancia, letteralmente, in una nuova vita e come a volte queste persone siano ostacolate dalla burocrazia italiana. Nel libro abbiamo raccontato molti esempi di accoglienza, anche molto diversi tra loro, ma coordinati da una certa vicinanza geografica. Sono tutti eventi accaduti in Calabria, in città distanti pochi km tra loro nei dintorni di Riace. Oltre ai più famosi eventi di Riace, ci sono quelli di San Ferdinando, che è una baraccopoli, dove vivono i raccoglitori di arance e che ha una mortalità molto alta, mentre una realtà poco conosciuta è quella di Gioiosa Ionica, che è un paesino come Riace che però non ha avuto lo stesso clamore mediatico”.

Per realizzare Salvezza tu e Lelio avete viaggiato a bordo dell’Aquarius per conoscere le storie dei migranti. Lelio ritraeva le persone nei suoi disegni acquistandone fiducia e tu riuscivi così ad avere un dialogo con loro senza che si spaventassero. Questa volta quali metodi di indagine avete utilizzato?
“Rifacendoci a Salvezza, abbiamo notato che le persone incontrate nelle baraccopoli erano molto sfiduciate. Non abbiamo potuto fare fotografie, perché nelle baraccopoli c’è un ordine di controllo che lo vieta, in un secondo momento ci è stato permesso di filmare, ma senza mostrare le persone. E lì ancora una volta Lelio è stato bravo con i suoi disegni ad ottenere la fiducia, perché facendo ritratti le persone si incuriosivano e iniziavano a chiacchierare e a raccontarci le loro storie”.

Vedi concretamente quello che il tuo lavoro sta facendo per migliorare la situazione?
“Non lo so. Io credo che il nostro lavoro possa servire a offrire consapevolezza. La cosa bella di questo lavoro è essere contattati dalle persone che ci dicono che attraverso le nostre parole hanno fatto luce su eventi di cui non erano a conoscenza, o che addirittura, grazie a noi, hanno cambiato idea.
Il fumetto a differenza di quello che può essere il bombardamento di un talk show offre il tempo per fermarsi a riflettere, per guardare le immagini, gli scritti, i diagrammi, le mappe, e quindi anche capire quante cose non veritiere si sono sentite negli anni. Si usano numeri che servono a spaventare, noi abbiamo voluto raccontare le storie vere con i numeri veri”.

L’anno scorso c’era una riflessione ricorrente quando parlavi della realtà con cui eri stato a contatto: “sono incazzato”. E quest’anno?
“Ancora di più! (Ride n.d.r.) È chiaro che più uno come me, passionale, si informa su questi fatti, più cresce l’indignazione. Perché poi l’indignazione è una forma di incazzatura. E indignarsi è importante perché permette alla molla di scattare. Il mio lavoro è un lavoro di testimonianza, l’indignazione diventa un motore per scegliere queste storie e anche per raccontarle con la dovuta attenzione. Avrei potuto scegliere di visitare la baraccopoli accanto a San Ferdinando, che è quella ufficiale del ministero, sarei stato scortato dalla polizia e sarebbe stato tutto più semplice probabilmente. Però non è così che si fa il giornalismo indignato. Il giornalismo indignato ti dà la forza per insistere quando le cose si fanno difficili… poi la mia incazzatura non è fine a se stessa, il libro non è un punchigball psichiatrico – che bella questa! (sorride n.d.r.) – per me è lo stimolo a raccontare queste cose affinché non succedano mai più”.

Avete in progetto un tour? Incontrare i ragazzi nelle scuole?
“Un po’ più in piccolo rispetto allo scorso anno, ma dalla prossima primavera incontreremo i ragazzi nelle scuole. Questi sono libri che nascono anche con l’intento di entrare nelle scuole”.

I ragazzi come reagiscono alle tematiche di cui trattate?
“Il modo in cui reagiscono i ragazzi è curioso. In grandi città dove temi come l’integrazione lo vivono sulla propria pelle, ci sono ragazzi di seconda, terza generazione, che parlano alla perfezione il dialetto locale e hanno semplicemente la pelle di un colore diverso, o meglio, vengono dagli adulti considerati diversi. Nelle grandi città non avvertiamo alcuna tensione, quindi il discorso sembra banale, soprattutto nel caso delle scuole elementari e medie sono i ragazzi che potrebbero spiegare a noi. Nel caso del liceo la situazione è un po’ diversa, ma dipende anche dal poco tempo che ormai si ha nelle scuole per insegnare l’educazione civica e la storia contemporanea, quelle due materie che danno idea del mondo in cui si vive. Lì ci è capitato di incontrare ragazzi che parlavano per slogan. Portando però i ragazzi al ragionamento, ed è lungo il ragionamento, siamo riusciti a mettere in dubbio talvolta quelle che erano le certezze che gli avevano inculcato. Oggi siamo a Napoli, io vengo dalla Sicilia, siamo frutto di secoli di integrazioni più o meno pacifiche. Quelle che stiamo vivendo adesso sono sicuramente delle invasioni pacifiche, eppure siamo più restii di quanto non lo eravamo quattrocento anni fa”.

E su quest’ultima frase di Marco mi è ritornato in mente Ungaretti, quando scriveva “Sono frutto / d’innumerevoli contrasti d’innesti / maturato in una serra”, e mi domando se davvero si possa ancora stentare a credere che dall’integrazione non possa che nascere bellezza.

Non mi resta che invitarvi alla lettura di …A casa nostra. Cronaca da Riace e a seguire Marco Rizzo sui suoi canali social – Facebook e Instagram.
Foto di Raffaele Iorio

Francesca Caianiello

 

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