Alfonsina Morini Strada

Alfonsina Morini nacque a Castelfranco Emilia nel 1891 da una famiglia molto povera e numerosa. Seconda di dieci figli, sentiva sulle sue spalle il peso delle responsabilità. Un giorno, suo padre, portò a casa una bicicletta malconcia che riusciva però a pedalare. Alfonsina imparò. Imparò ad andare in bicicletta e a rimanere in equilibrio tra una società che la richiamava ai doveri e la voglia di sfidarla, cambiando il suo destino.

Era una donna di cuore, Alfonsina, di pathos. Così decisa a seguire le sue passioni che iniziò a partecipare a varie competizioni locali.

“Il Diavolo in gonnella”, così la chiamavano, per la pedalata vigorosa e lo spirito agonistico profuso in quelle competizioni. Purtroppo, però, l’impegno di Alfonsina cominciò ad infastidire i familiari, umili paesani che davano conto e credito ai pregiudizi, tanto che le intimarono di lasciare la bici o la casa.

E così fece. Andò via di casa e si sposò. Luigi Strada seppe darle quel sostegno che le era da sempre mancato, al punto da regalarle una bicicletta nuova di zecca per le nozze. Divenne suo fan e risoluto manager.

Nel 1916 si trasferirono a Milano dove la regina della pedivella poté continuare a coltivare le sue passioni. Siamo nel bel mezzo della prima guerra mondiale, in un paese piegato ed attanagliato dalla paura per la grande guerra, ma non per Alfonsina; in quello stesso anno si presentò alla redazione de La Gazzetta dello Sport per iscriversi al Giro di Lombardia, organizzato dal quotidiano rosa. Tesserata come dilettante, fu accettata alla kermesse sfidando, per la prima volta nella storia, atleti di sesso maschile. Sfortunatamente fu maglia nera, arrivata ultima assieme ad altri due corridori. L’anno successivo alzò la posta in palio e si piazzò ventunesima a soli ventitré minuti dal vincitore.

Immensa Alfonsina, a poco a poco recuperava terreno nello sport, che di spazio rosa ne lasciava ben poco ed anche nella vita; i fatti finalmente iniziavano a darle ragione.

Eccitata e spronata dai risultati decise di sognare più in grande: il Giro d’Italia.

Siamo nel 1924 e nella lunga lista dei partecipanti figura col numero settantadue Alfonsin Strada. Una vocale fu omessa, forse per sbaglio… forse no. Fatto sta che, solo nel giorno di partenza, fu specificato che la partecipante era proprio il Diavolo in gonnella.

Il Giro d’Italia interessò dodici tappe e si snodò per 3613 km. Alfonsina tenne botta e nonostante la comprensibile difficoltà, portò a termine i percorsi con sole poche ore di scarto. Tranne che per una: la tappa l’Aquila – Perugia. Alfonsina non ce la fece. Dolorante per le cadute accumulate nei percorsi precedenti, giunse fuori termine, stremata. I membri della giuria si divisero, quasi annegarono nei loro pareri discordanti. Estrometterla o no? Così proprio chi l’aveva accolta alla Kermesse del Giro di Lombardia, la tenne al Giro d’Italia, pena, però, l’esclusione dalla classifica del giro. Accettò. Gareggiò con tutto il fiato che aveva in corpo, con tutta la determinazione che solo una donna può avere. Non vinse ma, tra i primi trenta, figurò anche il suo nome. Alfonsina Morini Strada fu la prima donna nella storia del Giro ad aver gareggiato contro i maschi ed il maschilismo. Il pubblico in gran fermento la acclamò. Applausi, lacrime, gioia. Durò poco, la società non era pronta a questa svolta ed Alfonsina, non fu più ammessa alla kermesse.

Testarda, aveva deciso di vivere della sua passione e lo fece fino in fondo. Esclusa dalle gare aprì un suo negozio: officina per la vendita e la riparazione di biciclette. Negli anni della vecchiaia lascerà la sua amata bicicletta per una più comoda moto Guzzi. Sarà proprio quest’ultima a consegnarla fatalmente al tristo mietitore. A seguito di un’accidentale caduta il suo cuore si fermò, incapace di reggere lo sforzo. Morì così a 68 anni.

Alfonsina Morini Strada è stata una precorritrice inconsapevole del ciclismo femminile ma anche della consapevolezza della donna nella società del XX secolo. È così che voglio immaginarla, intenta nell’impegno che onorò per tutta la sua vita.

Pedala… pedala. Resisti… spingi.  Così spinse via a pedalate pregiudizi e limiti misogini della società dell’epoca.

Grazie Alfonsina Morini Strada, noi non ti dimenticheremo mai e anche in tuo nome combatteremo con cuore fino a quando non saremo riuscite a debellare da questa società l’ultima disuguaglianza.

 

Olimpia Branno

 

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